ROMA – Il governo valuta di inserire i porti nella lista delle infrastrutture che concorreranno al raggiungimento dell’obiettivo Nato sulla spesa per la difesa. Le interlocuzioni in corso tra Palazzo Chigi, Mit e Difesa sono focalizzate sui bacini di carenaggio già censiti: l’idea allo studio è destinare risorse alla ristrutturazione e all’ampliamento delle aree dedicate alla costruzione e alla manutenzione delle navi.
Non solo. «Tra gli investimenti potrebbero rientrare anche le vie di accesso ai porti, come i corridoi dei trasporti eccezionali, anche per la metalmeccanica italiana», spiega il viceministro delle Infrastrutture, Edoardo Rixi, a Repubblica. Quindi strade e ferrovie. ll tutto confluirebbe in una delle due voci che compongono il target fissato dai leader dei Paesi dell’Alleanza atlantica. All’aumento della spesa per la difesa fino al 3,5% del Pil entro il 2035 si affianca infatti un incremento aggiuntivo, pari all’1,5% del prodotto interno lordo, riservato alle cosidde…
ROMA – Il governo valuta di inserire i porti nella lista delle infrastrutture che concorreranno al raggiungimento dell’obiettivo Nato sulla spesa per la difesa. Le interlocuzioni in corso tra Palazzo Chigi, Mit e Difesa sono focalizzate sui bacini di carenaggio già censiti: l’idea allo studio è destinare risorse alla ristrutturazione e all’ampliamento delle aree dedicate alla costruzione e alla manutenzione delle navi.
Non solo. «Tra gli investimenti potrebbero rientrare anche le vie di accesso ai porti, come i corridoi dei trasporti eccezionali, anche per la metalmeccanica italiana», spiega il viceministro delle Infrastrutture, Edoardo Rixi, a Repubblica. Quindi strade e ferrovie. ll tutto confluirebbe in una delle due voci che compongono il target fissato dai leader dei Paesi dell’Alleanza atlantica. All’aumento della spesa per la difesa fino al 3,5% del Pil entro il 2035 si affianca infatti un incremento aggiuntivo, pari all’1,5% del prodotto interno lordo, riservato alle cosiddette attività dual use (doppio utilizzo ndr), in ambito civile e militare. È proprio all’interno di quest’ultimo perimetro che il governo intende collocare gli investimenti da realizzare negli scali portuali.
L’analisi in corso è concentrata su una mappa. Raffigura 23 bacini, da Nord a Sud. Dodici superano i 250 metri di lunghezza, gli altri sono più piccoli. Le città candidate a ospitare i lavori sono Genova, Monfalcone, Ancona e Palermo. Una prima valutazione ha preso in considerazione solo alcune località, quelle che ospitano i porti più grandi, ma non è esclusa la realizzazione di nuovi arsenali all’interno di altri scali, In questo caso, però, i lavori durerebbero tra 4 e 6 anni. Gli investimenti per i bacini confluirebbero nella lista che comprende già le caserme, i centri di comando e altri beni strumentali della Difesa. Oltre alle questioni contabili sul fronte degli impegni assunti con la Nato, i nuovi cantieri permetterebbero all’Italia di avere bacini superiori ai 400 metri e ridurre così il gap di competitività con Paesi come la Francia, che conta un numero maggiore di arsenali.
La competizione a livello mondiale è ancora più complessa considerando che l’Europa possiede appena il 7% delle infrastrutture globali: l’83% è localizzato in Cina, Sud Corea e Giappone, con Pechino a guidare il fronte asiatico (46%). I primi dieci cantieri mondiali per capacità di costruzione hanno tutti a disposizione bacini di carenaggio di almeno 440 metri di lunghezza, arrivando a lunghezze di oltre 800 metri. Arsenali moderni, mentre l’Italia può contare su strutture realizzate a metà Novecento.