PARIGI – Emmanuel Macron sbaglia nel sostenere che un accordo con Washington su dazi al 10% sia inaccettabile». Jean-Hervé Lorenzi, presidente del think tank Cercle des économistes, ha organizzato lo scorso weekend a Aix-en-Provence la venticinquesima edizione delle Rencontres, in presenza anche dell’ex premier Mario Draghi. L’economista francese lancia un appello a «più realismo e misura» nei negoziati commerciali con gli Stati Uniti.
È giusto accettare un compromesso con Donald Trump?
«È possibile rivedere alcune regole del commercio globale, ma servono limiti chiari. Un tetto ai dazi del 10% permetterebbe agli Stati di proteggere settori strategici senza scatenare una guerra commerciale. Sostenere che questo sia inaccettabile è una posizione poco lungimirante».
Eppure è la linea della Francia.
«La Francia, a differenza di Germania e Italia, è meno esposta sull’export e quindi ha una visione meno pragmatica. Servono compromessi. Non è la fine del mondo se si alzano moderatamente…
PARIGI – Emmanuel Macron sbaglia nel sostenere che un accordo con Washington su dazi al 10% sia inaccettabile». Jean-Hervé Lorenzi, presidente del think tank Cercle des économistes, ha organizzato lo scorso weekend a Aix-en-Provence la venticinquesima edizione delle Rencontres, in presenza anche dell’ex premier Mario Draghi. L’economista francese lancia un appello a «più realismo e misura» nei negoziati commerciali con gli Stati Uniti.
È giusto accettare un compromesso con Donald Trump?
«È possibile rivedere alcune regole del commercio globale, ma servono limiti chiari. Un tetto ai dazi del 10% permetterebbe agli Stati di proteggere settori strategici senza scatenare una guerra commerciale. Sostenere che questo sia inaccettabile è una posizione poco lungimirante».
Eppure è la linea della Francia.
«La Francia, a differenza di Germania e Italia, è meno esposta sull’export e quindi ha una visione meno pragmatica. Servono compromessi. Non è la fine del mondo se si alzano moderatamente i dazi per difendere comparti chiave. L’Europa, e in particolare la zona euro, dovrebbe lavorare per ridurre le tensioni, evitare atteggiamenti aggressivi e ristabilire un equilibrio duraturo. Su alcuni punti Trump ha ragione: lo yuan è sottovalutato rispetto al dollaro, e la Cina sfrutta in modo troppo aggressivo il vantaggio. E il rischio di una crisi del debito Usa non è da escludere. Il deficit commerciale e la spesa pubblica americana non sono sostenibili nel lungo periodo. L’architettura finanziaria globale non può restare com’è».
Che ruolo deve assumere la Ue? «Se vogliamo che l’eurozona conti davvero, dobbiamo iniziare a fornire liquidità a livello globale. Ma con un surplus nella bilancia dei pagamenti, l’Europa oggi non genera abbastanza circolazione. Occorre riequilibrare il commercio. Anche qui serve misura e visione».
A Bruxelles sembra mancare la visione. Il rapporto Draghi è rimasto per lo più inapplicato.
«Quando ho accolto Draghi ad Aix, gli ho ricordato che ha cambiato il mondo con cinque parole. “Con tre parole”, mi ha corretto sorridendo. Ma il problema non è solo Bruxelles. Strategie e piani servono, ma non si va avanti se non c’è chi li realizza. Penso ad esempio alla Difesa: è giusto parlarne, ma conta se Thales e Leonardo si mettono davvero a lavorare insieme. Le decisioni politiche da sole non bastano».
Draghi ha parlato della possibilità di avanzare con una “coalizione dei volenterosi” sulle riforme per l’Ue. È d’accordo?
«Assolutamente. Quando si parla di Spazio è noto che i paesi che contano sono fondamentalmente tre: Francia, Germania e Italia. E lo stesso vale per le grandi sfide industriali e finanziarie. Le vere cooperazioni nascono da quattro o cinque grandi Paesi europei: Germania, Francia, Italia, Regno Unito, e in parte la Polonia. L’idea di fare tutto a 27 è un’illusione».