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Dazi, stangata sul Pil. Danni tra 15 e 35 miliardi. E 178mila posti a rischio

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Le simulazioni della Svimez e della Cgia non lasciano spazio all’ottimismo. I settori più colpiti sono meccanica e agroalimentare. Orsini predica “calma e nervi saldi”
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ROMA – Un impatto da quasi mezzo punto di Pil. I dazi al 30% asciugherebbero di 9 miliardi la già anemica crescita italiana. E brucerebbero 12 miliardi e mezzo di esportazioni, il 20%. Calcola la Svimez che potrebbero saltare oltre 150 mila posti (a tempo pieno), di cui quasi 13 mila al Sud. E questo nello scenario forte di tariffe al 30% su quasi tutto, mantenendo le deroghe attuali. E cioè: auto al 25%, acciaio e alluminio al 50%. Ed esenzione totale per farmaceutica, semiconduttori e prodotti energetici. La lettera di Trump all’Ue sul punto resta ambigua. Se il 30% colpisse invece ogni comparto, il conto per l’Italia si impennerebbe: 10,8 miliardi persi di Pil (oltre mezzo punto), 15 miliardi spariti di export (da un quinto a un quarto in meno), 178 mila posti evaporati, di cui 16 mila al Sud. Secondo la Cgia i danni arriverebbero anche a 35 miliardi.

ROMA – Un impatto da quasi mezzo punto di Pil. I dazi al 30% asciugherebbero di 9 miliardi la già anemica crescita italiana. E brucerebbero 12 miliardi e mezzo di esportazioni, il 20%. Calcola la Svimez che potrebbero saltare oltre 150 mila posti (a tempo pieno), di cui quasi 13 mila al Sud. E questo nello scenario forte di tariffe al 30% su quasi tutto, mantenendo le deroghe attuali. E cioè: auto al 25%, acciaio e alluminio al 50%. Ed esenzione totale per farmaceutica, semiconduttori e prodotti energetici. La lettera di Trump all’Ue sul punto resta ambigua. Se il 30% colpisse invece ogni comparto, il conto per l’Italia si impennerebbe: 10,8 miliardi persi di Pil (oltre mezzo punto), 15 miliardi spariti di export (da un quinto a un quarto in meno), 178 mila posti evaporati, di cui 16 mila al Sud. Secondo la Cgia i danni arriverebbero anche a 35 miliardi.

I settori a rischio secondo Svimez

Luca Bianchi, direttore di Svimez, guarda a questi scenari con preoccupazione. «I settori più colpiti, e senza contare gli impatti indiretti di triangolazioni con altri Paesi a loro volta tassati, sarebbero la meccanica al Nord. E l’agroalimentare che vale 2 miliardi a livello nazionale di cui 500 milioni al Sud. Dazi così alti rischiano seriamente di mangiarsi quella leggera ripresa del tessuto industriale meridionale registrata in questi anni, intervenuta dopo una lunga deindustrializzazione, perché colpirebbero i settori più dinamici e a vocazione internazionale: agroalimentare, farmaceutica, elettronica e auto». Sarebbero spiazzate le eccellenze alimentari: dal pecorino romano alla mozzarella di bufala, dall’olio al vino. Ma anche l’89% delle auto italiane che viene prodotto proprio al Sud. Le apparecchiature elettroniche fatte in Sicilia. La meccanica dell’Abruzzo (140 milioni esportati) e quella della Puglia (350 milioni).

L’impatto aggiuntivo se cade l’esenzione farmaceutica

«Solo il farmaceutico al Sud vale quasi un miliardo di export verso gli Usa», prosegue Bianchi. «Se fosse davvero incluso nei dazi e colpito al 30%, significa un ulteriore danno per 300 milioni. Portando l’impatto negativo per le Regioni meridionali a 1,3 miliardi. Il Sud esporta poco, ma quel poco è di estrema qualità. E difficilmente piazzabile su altri mercati nel breve periodo».

Le compensazioni? Un boomerang per il Sud

Il governo Meloni, sin qui, puntava ad arginare l’effetto dazi con le “compensazioni” ottenute dirottando ad esempio fondi di coesione o del Pnrr verso le imprese esportatrici danneggiate. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, già allarmato dai dazi al 10%, ora che potrebbero salire al 30% predica «calma e nervi saldi». Bollando la lettera come «sgradevole volontà di trattare». Anche per Luca Bianchi «qualche margine di trattativa forse c’è». Ma «attenzione a spostare fondi Ue o del Pnrr sulle imprese o filiere colpite: rilevanti risorse oggi destinate al Sud nelle varie quote finirebbero al Centro-Nord con un danno enorme per la parte del Paese che più ne ha bisogno».

Coperta corta e imprese fragili

La coperta dei conti pubblici e degli stessi fondi europei, con obiettivi mirati alle zone più depresse e con minore occupazione, è molto corta. Tra spesa da accrescere per le armi, nuovo Patto di stabilità con un tetto alla spesa pubblica e ora i super dazi di Trump, si rischia il cortocircuito. Le previsioni del Pil per quest’anno – già dimezzate dal governo allo 0,6% e garantite ormai dal solo Pnrr – andrebbero riscritte. Mentre molte imprese, le meno attrezzate, potrebbero scomparire.

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