Un bazooka da novanta miliardi per rispondere a Trump: le merci americane nel mirino della Ue
dal nostro inviato Filippo SantelliIl Comissario Ue al Commercio Maros Sefcovic, che sta conducendo i negoziati con gli Stati Uniti
BRUXELLES – I controdazi mirati sui prodotti simbolo dall’America più profonda e trumpiana, come la soia, il legname o le Harley-Davidson. Insieme a questi, un secondo e più pesante pacchetto di tariffe su oltre 70 miliardi di merci, che la Commissione illustrerà oggi. La famosa tassa su Big Tech, i colossi digitali a stelle e strisce. E infine il cosiddetto bazooka, cioè il potente strumento contro la coercizione economica che potrebbe perfino escludere le aziende Usa dal mercato europeo. Sono le armi che l’Europa prova ad agitare di fronte a Trump, per disinnescare la sua ultima bomba negoziale. Armi pronte per essere usate se le trattative fallissero, ha ripetuto ieri Ursula von der Leyen. Ma finora – particolare non secondario per la credibilità della minaccia – tutte inutilizzate, tra la volontà di preservare un fragile negoziato e la paura, nei governi e a Bruxelles, di scatenare una escalation ancora più devastante.
BRUXELLES – I controdazi mirati sui prodotti simbolo dall’America più profonda e trumpiana, come la soia, il legname o le Harley-Davidson. Insieme a questi, un secondo e più pesante pacchetto di tariffe su oltre 70 miliardi di merci, che la Commissione illustrerà oggi. La famosa tassa su Big Tech, i colossi digitali a stelle e strisce. E infine il cosiddetto bazooka, cioè il potente strumento contro la coercizione economica che potrebbe perfino escludere le aziende Usa dal mercato europeo. Sono le armi che l’Europa prova ad agitare di fronte a Trump, per disinnescare la sua ultima bomba negoziale. Armi pronte per essere usate se le trattative fallissero, ha ripetuto ieri Ursula von der Leyen. Ma finora – particolare non secondario per la credibilità della minaccia – tutte inutilizzate, tra la volontà di preservare un fragile negoziato e la paura, nei governi e a Bruxelles, di scatenare una escalation ancora più devastante.
Il secondo rinvio
L’arma di calibro più piccolo l’Europa ce l’ha carica ormai da mesi. È una risposta alle primissime tariffe che Trump ha imposto il 12 marzo su acciaio e alluminio. Contro quella mossa – una replica di quanto aveva già fatto durante la sua prima presidenza - Bruxelles ha a sua volta riesumato e rimpinguato un vecchio pacchetto di controdazi. Colpiscono circa 21 miliardi di importazioni americanissime, in parte prodotti simbolo come le Harley o i jeans, in parte beni provenienti da roccaforti repubblicane, come la soia della Louisiana (stato dello speaker della Camera Mike Johnson), le carni del Midwest, il legname della Georgia, la chimica di Texas e Florida. Approvate dai 27 governi, sono state sospese una prima volta - su pressione degli stessi - quando Trump ha concesso una pausa negoziale a chi non aveva varato ritorsioni (salvo poi garantirla anche alla Cina, che aveva reagito eccome). E ora di nuovo fino al primo agosto, nonostante nel frattempo i dazi americani su acciaio e alluminio siano raddoppiati dal 25 al 50%.
Una risposta da 90 miliardi
La Commissione ora dice che scatteranno all’inizio del mese prossimo, se non si troverà un accordo. E rilancia, suggerendo che insieme a quel primo pacchetto ne entrerà in vigore anche un secondo e ben più cospicuo messo a punto contro le super tariffe “reciproche” di Trump. All’inizio doveva tassare importazioni Usa per circa 95 miliardi di euro, ma dopo le minacce di controritorsioni del presidente americano e una corsa dei vari governi a proteggere i propri settori forti è stato limato a 72. La versione definitiva verrà esposta lunedì ai governi, che la dovranno approvare, durante il Consiglio sul commercio: nel conto entrano vari prodotti alimentari, tra cui carni e superalcolici, ma soprattutto beni industriali, dagli autoveicoli ai macchinari, dai prodotti chimici a quelli medicali, dagli aerei (Boeing) alle apparecchiature elettroniche. Insieme a questa misura, novità di ieri, potrebbe scattare anche un terzo pacchetto che prevede restrizioni opposte, cioè il divieto per le aziende europee di esportare negli Usa una serie di prodotti necessari per alimentare le loro industrie, come i rottami di alluminio.
Il bazooka contro il bullo
Sono ritorsioni “dazio per dazio” nel principio, ma non nella quantità, visto che le tasse doganali americane colpiscono nel complesso esportazioni europee per oltre 380 miliardi di euro e lo squilibrio commerciale tra i due blocchi rende impossibile pareggiarle. Anziché inseguire Trump su questo terreno allora l’Europa potrebbe puntare su due armi non tariffarie. Per molti aspetti anche più potenti, ma per questo ancora più divisive nel panorama dei 27. La prima è una tassa sul fatturato dei servizi digitali, che colpirebbe soprattutto i colossi di Big tech. Nonostante la vittoria ottenuta da Trump su questo tema al G7, l’ipotesi resta sul tavolo. Come resta sul tavolo, e anzi è stata esplicitamente citata nelle scorse ore dal presidente francese Macron, l’arma totale, cioè il cosiddetto strumento anti coercizione economica. Si tratta di pesanti contromisure contro i Paesi che tentano di ricattare la Ue, che possono arrivare fino all’esclusione delle loro aziende dal mercato comune. Ma per quanto la definizione di ricatto ben si adatti alla strategia di Trump, resta il fatto che questo strumento è stato introdotto a fine 2023 per contrastare un regime autoritario come la Cina: applicarlo agli Stati Uniti segnerebbe una rottura che in pochi in Europa, al momento, sembrano volere. «Non siamo ancora a quel punto», ha detto domenica Ursula von der Leyen.