Il Nobel Shiller: “Donald deve studiare economia, il protezionismo è la teoria più dannosa”
di Eugenio OccorsioROMA – Trump dovrebbe studiare un po’ di storia economica prima di scrivere di getto i suoi annunci a raffica: scoprirebbe che fin dai tempi di Adam Smith, che pubblicò il suo libro più importante (La ricchezza delle nazioni) nello stesso anno della dichiarazione d’indipendenza americana, il 1776, il protezionismo è considerato la teoria economica più sbagliata e dannosa: anche i mercati lo ricorderanno, a lui e ai suoi sedicenti consiglieri economici, sul medio termine». Robert Shiller, classe 1946, economista di Yale, PhD all’Mit nel 1972 (con la supervisione di Franco Modigliani) e Nobel nel 2013 per i suoi studi sulla formazione dei prezzi, è il padre della finanza comportamentale. Eppure neanche lui riesce a spiegarsi i recenti rialzi delle Borse, che, teme, «verranno presto dimenticati perché con la lettera all’Ue si è toccato il fondo, il peggio del peggio».
Perché finora c’era stata tanta resilienza sui mercati?
«Per il ruolo trainante di Wall Street. Negli indici americani …
ROMA – Trump dovrebbe studiare un po’ di storia economica prima di scrivere di getto i suoi annunci a raffica: scoprirebbe che fin dai tempi di Adam Smith, che pubblicò il suo libro più importante (La ricchezza delle nazioni) nello stesso anno della dichiarazione d’indipendenza americana, il 1776, il protezionismo è considerato la teoria economica più sbagliata e dannosa: anche i mercati lo ricorderanno, a lui e ai suoi sedicenti consiglieri economici, sul medio termine». Robert Shiller, classe 1946, economista di Yale, PhD all’Mit nel 1972 (con la supervisione di Franco Modigliani) e Nobel nel 2013 per i suoi studi sulla formazione dei prezzi, è il padre della finanza comportamentale. Eppure neanche lui riesce a spiegarsi i recenti rialzi delle Borse, che, teme, «verranno presto dimenticati perché con la lettera all’Ue si è toccato il fondo, il peggio del peggio».
Perché finora c’era stata tanta resilienza sui mercati?
«Per il ruolo trainante di Wall Street. Negli indici americani è cruciale la componente hi-tech e le aziende tecnologiche escono tutt’altro che penalizzate dalla partita dei dazi: se c’è un punto su cui Trump tiene duro è non tassarle, non imbrigliarle in regole stringenti su privacy o copyright, non danneggiarne gli investimenti. Un ruolo l’ha anche rivestito il “Big Beautiful Bill”, con i ribassi fiscali per le corporation, l’aumento delle spese per la difesa, i tagli allo stato sociale: i mercati sono cinici».
Come finirà? È diffusa l’opinione che quel 30% verrà abbassato.
«Lo credo anch’io, ma chi può dirlo? Con Trump tutto è possibile. Per liberarsi del precedente più spesso ricordato, lo Smoot-Hawley Act del 1930, ci vollero quattro anni fino al ’34, e il suo smantellamento andò avanti fino alla guerra. Senza contare che è vero che prevedeva tariffe fino al 60% ma considerando una vasta gamma di sgravi fiscali l’aliquota massima non superò il 20%. Come insegnavano Smith e il suo discepolo David Ricardo, misure del genere hanno un effetto nefasto e duraturo nell’economia perché privano i consumatori della libertà di scegliere e recano la suggestione che si possa produrre all’interno quel che sarebbe più conveniente acquisire all’esterno».
L’idea originaria di ridurre il deficit deve essere dimenticata?
«Trump ha scelto il modo più sbagliato per ridurre il disavanzo commerciale, che porterà solo inflazione, probabilmente recessione e riduzione del mercato. Quanto al deficit “gemello”, quello del bilancio federale che già supera il 122% del Pil, ed è ancora più rischioso, non si è curato di alzarlo di altri 3-4 trilioni con il Big Beautiful Bill. Considerando gli interessi composti, il debito pubblico salirà dagli attuali 37 a 47mila miliardi nel 2030, il 132% del Pil: peggio che alla fine della Seconda guerra mondiale, in condizioni demografiche molto meno favorevoli».
Si riuscirà a uscire dal clima di incertezza diffuso nel mondo?
«Sarà difficile. Trump è riuscito a inoculare ovunque il virus pandemico della rabbia, dell’antagonismo, della conflittualità, che è il danno peggiore al di là dei livelli finali delle tariffe. Che poi finali non saranno mai, perché lui sarà sempre pronto a rovesciarli. Ha generato il caos e – con la repressione degli oppositori a livello accademico, giudiziario e scientifico – la sensazione che non viviamo più in una democrazia. Il modello sembra essere solo Putin».