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La psicologa del volo: “Piloti nascondono la depressione. E le compagnie non sempre li aiutano”

Valentina Di Mattei 

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Dopo le ipotesi sul Boeing di Air India caduto a giugno, parla Valentina Di Mattei, responsabile scientifica del Corso in Psicologia dell’aviazione del San Raffaele di Milano: “Chi guida l’aereo non è disponibile a confidare le sue difficoltà. Teme di finire dietro una scrivania. Decisivo è il ruolo dei colleghi”
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ROMA – Sul tragico incidente del volo Air India 171, si staglia ora l’ombra della depressione. Male di cui avrebbe sofferto uno dei due piloti del Boeing precipitato il 12 giugno 2025.

Valentina Di Mattei, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, docente dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove è anche la responsabile scientifica del Corso in Psicologia della Aviazione.
“Corretto”.

Le sembra possibile che una compagnia non si accorga delle difficoltà gravi di un suo pilota?
“Purtroppo è uno scenario possibile. Parlo, ovviamente, in generale perché le indagini sull’incidente dell’Air India sono ancora in corso e non possiamo azzardare conclusioni”.

Possibile, lei dice. Perché?
“Il pilota, tendenzialmente, non è disponibile a parlare del suo disagio con la compagnia perché teme di perdere la cosa più importante, per lui, che è volare in aeroplano. Il pilota non ci tiene a finire dietro a una scrivania. L’ambiente dell’aviazione, d’altra parte, è contraddist…

ROMA – Sul tragico incidente del volo Air India 171, si staglia ora l’ombra della depressione. Male di cui avrebbe sofferto uno dei due piloti del Boeing precipitato il 12 giugno 2025.

Valentina Di Mattei, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, docente dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove è anche la responsabile scientifica del Corso in Psicologia della Aviazione.
“Corretto”.

Le sembra possibile che una compagnia non si accorga delle difficoltà gravi di un suo pilota?
“Purtroppo è uno scenario possibile. Parlo, ovviamente, in generale perché le indagini sull’incidente dell’Air India sono ancora in corso e non possiamo azzardare conclusioni”.

Possibile, lei dice. Perché?
“Il pilota, tendenzialmente, non è disponibile a parlare del suo disagio con la compagnia perché teme di perdere la cosa più importante, per lui, che è volare in aeroplano. Il pilota non ci tiene a finire dietro a una scrivania. L’ambiente dell’aviazione, d’altra parte, è contraddistinto da uno stigma”.

A volte un comandante ha problemi personali che si sommano allo stress tipico della professione

Il pilota depresso catalizzerebbe su di sé una serie di pregiudizi: verrebbe additato, emarginato.
“E’ un rischio molto fondato, che induce il pilota in difficoltà a mostrare un equilibrio e una serenità che, dentro di sé, non ha più. A volte nasconde problemi personali che si sommano allo stress tipico della professione”.
Dunque un pilota in depressione può finire ai comandi dell’aereo che stiamo prendendo.
“La tragedia del volo Germanwings del 2015 lo conferma”.

Quella volta, il pilota fece schiantare volontariamente il suo aereo sulle Alpi di Provenza con altre 150 persone a bordo. Le compagnie prevengono questi scenari in che modo?
“Intanto, al momento dell’assunzione, sottopongono i piloti a test psicologici molto severi, che ne determinano l’idoneità al volo. I test sono ripetuti nel corso della carriera. Poi le compagnie dovrebbero mettere in campo i pari”.

I pari?
“Il pilota in difficoltà si chiude ancora di più all’idea di incontrare uno psicologo, uno specialista della salute mentale. Per questo, le compagnie dovrebbero formare altri piloti o membri dell’equipaggio capaci di comprendere, da un atteggiamento, da una frase, che il pilota vive un grave disagio psicologico”.

Sono i colleghi, dunque, che dovrebbero dare al pilota la prima assistenza. Quasi nel ruolo di amici, di alleati.
“Esatto. Tra le missioni del nostro Corso in Psicologia dell’aviazione c’è anche formare i pari. Compito che stiamo assolvendo con successo”.

Tanti vettori hanno messo in piedi percorsi di supporto psicologico. Tanti, non tutti. Diciamo che si potrebbe fare di meglio

Lei dice che le compagnie “dovrebbero” mettere in campo i pari. Non sono tutte vigili su questo fronte così delicato?
“Il Regolamento europeo 1042 del 2018, che nasce dopo la tragedia del volo Germanwings, impone dei percorsi di supporto al pilota che tante compagnie hanno varato. Tante, non tutte. Diciamo che si potrebbe fare di meglio”.

E’ possibile che un pilota, un assistente di volo segnali delle anomalie comportamentali di um collega in modo anonimo?
“Chi segnala può invocare la riservatezza sul suo nome. Ma ogni segnalazione implica una responsabilità in capo al segnalante che dunque non può essere anonimo. La regola vale per qualsiasi segnalazione riguardi la condotta professionale di un collega”.

Alcune segnalazioni, se anonime, potrebbero essere dettate da invidie, gelosie…
“E’ così”.

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