Farmaci, aerei e auto: il negoziato tra Europa e Stati Uniti riparte in salita
dal nostro inviato Filippo SantelliContainer al porto di Los Angeles
BRUXELLES – Con il senno di poi, a Bruxelles è evidente che l’ottimismo sbandierato la scorsa settimana – l’idea per cui un accordo di principio con gli Stati Uniti fosse vicino – sia stato un grave errore. Così ora che la letterina di Trump ha scombinato tutto, e si prova a fatica a riallacciare il filo del negoziato, si ammette anche che i nodi da superare restano tanti. E significativi. Che la trattativa potrà anche ripartire, ma in salita.
Uno degli scogli più importanti, a dispetto dell’attenzione che si sono presi i dazi orizzontali di Trump, riguarda le tariffe settoriali, quelle che si basano sulla cosiddetta Sezione 232: un rischio per la sicurezza nazionale americana motivato con una indagine approfondita del dipartimento del Commercio. Sono di questo tipo - più solido dal punto di vista legale - i dazi al 25%, poi aumentati al 50, imposti su acciaio e alluminio. Così come quelli al 25% su auto e componenti. Per l’industria europea hanno un costo elevatissimo (13,7 miliard…
BRUXELLES – Con il senno di poi, a Bruxelles è evidente che l’ottimismo sbandierato la scorsa settimana – l’idea per cui un accordo di principio con gli Stati Uniti fosse vicino – sia stato un grave errore. Così ora che la letterina di Trump ha scombinato tutto, e si prova a fatica a riallacciare il filo del negoziato, si ammette anche che i nodi da superare restano tanti. E significativi. Che la trattativa potrà anche ripartire, ma in salita.
Uno degli scogli più importanti, a dispetto dell’attenzione che si sono presi i dazi orizzontali di Trump, riguarda le tariffe settoriali, quelle che si basano sulla cosiddetta Sezione 232: un rischio per la sicurezza nazionale americana motivato con una indagine approfondita del dipartimento del Commercio. Sono di questo tipo - più solido dal punto di vista legale - i dazi al 25%, poi aumentati al 50, imposti su acciaio e alluminio. Così come quelli al 25% su auto e componenti. Per l’industria europea hanno un costo elevatissimo (13,7 miliardi i primi, 18 i secondi, stima la Commissione) ed è soprattutto sotto la spinta di Germania e Italia che Bruxelles deve cercare di abbassarli, quantomeno ottenendo (come il Regno Unito) una quota di merci esentate dall’imposta.
Ma le tariffe settoriali sono anche un ostacolo alla vera grande priorità europea, cioè ottenere un’intesa solida che disinneschi una volta per tutte l’incertezza che Trump impone al mondo. Dopo acciaio e auto infatti, l’amministrazione sta conducendo indagini “Sezione 232” anche su altri sette campi strategici, per il momento esclusi dalle tariffe: aerei, motori a reazione, farmaci, chip, minerali essenziali, rame, legno e componenti per camion. Il rischio è che, anche dopo un accordo, l’amministrazione americana imponga maxi dazi pure su questi prodotti, portando così la quota di importazioni europee colpite dall’attuale 70 al 97%. Uno scenario di instabilità permanente che Bruxelles deve scongiurare e lo sta provando a fare negoziando delle esenzioni, in alcuni casi - per esempio gli aerei - proponendo di azzerare i dazi, e in altri - come i chip o i minerali critici - di cooperare in chiave anticinese.
Tutto questo fa passare quasi in secondo piano i cosiddetti dazi reciproci applicati da Trump su tutti gli altri prodotti, anche se dopo la sua minaccia di portarli al 30% è evidente come il 10 a cui puntava l’Europa (la soluzione inglese, non certo ideale ma accettabile), non sia per nulla facile da strappare. Ieri alcuni analisti, tra cui quelli di Barclays hanno iniziato a ipotizzare che il punto di caduta sia più alto, nell’ordine del 15%. Un boccone più difficile da mandare giù.
Fin qui le incognite di natura più tecnica, già notevoli. Se non fosse che nei corridoi di Bruxelles, e tra le parole con cui Sefcovic annuncia il suo tentativo di riprendere i contatti con gli omologhi americani se ne coglie una altrettanto pesante tutto politica: «Qualsiasi proposta di accordo i suoi negoziatori gli porteranno sul tavolo c’è sempre il rischio che a Trump non piaccia e lo faccia saltare, in questa partita decide da solo», dice Bernd Lange, socialista tedesco che al Parlamento europeo presiede la commissione per il Commercio internazionale. È proprio per contrastare la perenne tentazione trumpiana di ribaltare il tavolo che secondo molti l’Europa dovrebbe reagire con più aggressività, e magari iniziare ad attivare le prime ritorsioni: «Il negoziato e le contromisure non sono in contraddizione, ma due lati della stessa medaglia», dice Lange.
Per il momento Bruxelles non cambia strada. Riparte lungo il “doppio binario” che - sotto la pressione dei governi, timorosi per una escalation - ha seguito fin dall’inizio: prima cercare un accordo, solo nel caso questo non arrivi reagire. Fra 16 giorni si capirà se ha ragione.