ROMA - Arriva la stretta sulle ispezioni fiscali nelle aziende: stop ai controlli non motivati. Negli atti di autorizzazione e nei verbali dei funzionari dell’Agenzia delle Entrate e degli agenti della Guardia di finanza dovranno essere “espressamente e adeguatamente indicate e motivate le circostanze e le condizioni che hanno giustificato l’accesso” nei locali sottoposti a verifiche. Non solo siti industriali e imprese agricole. Nell’elenco figurano anche i negozi e gli studi professionali.
A fissare i paletti è un emendamento al decreto fiscale depositato in commissione Finanze, alla Camera, dal relatore Vito De Palma (Forza Italia). La proposta di modifica mette mano alla legge sulla tutela dei diritti del contribuente. Nello specifico delimita il perimetro di accessi, ispezioni e verifiche fiscali. Lo fa con un testo dal titolo emblematico: “Motivazione delle esigenze di indagine e controllo nei verbali di accesso”.
Le nuove regole entreranno in vigore dopo la conversione in legge…
ROMA - Arriva la stretta sulle ispezioni fiscali nelle aziende: stop ai controlli non motivati. Negli atti di autorizzazione e nei verbali dei funzionari dell’Agenzia delle Entrate e degli agenti della Guardia di finanza dovranno essere “espressamente e adeguatamente indicate e motivate le circostanze e le condizioni che hanno giustificato l’accesso” nei locali sottoposti a verifiche. Non solo siti industriali e imprese agricole. Nell’elenco figurano anche i negozi e gli studi professionali.
A fissare i paletti è un emendamento al decreto fiscale depositato in commissione Finanze, alla Camera, dal relatore Vito De Palma (Forza Italia). La proposta di modifica mette mano alla legge sulla tutela dei diritti del contribuente. Nello specifico delimita il perimetro di accessi, ispezioni e verifiche fiscali. Lo fa con un testo dal titolo emblematico: “Motivazione delle esigenze di indagine e controllo nei verbali di accesso”.
Le nuove regole entreranno in vigore dopo la conversione in legge del decreto. Non saranno, quindi, retroattive. L’emendamento, infatti, specifica che “restano comunque validi gli atti e i provvedimenti adottati e sono fatti salvi gli effetti prodotti e i rapporti sorti sulla base delle disposizioni vigenti antecedentemente alla data di entrata in vigore del presente decreto”.
Ma per il futuro si cambia. A dettare il cambio di rotta al governo è stata la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo dello scorso 6 febbraio. Una pronuncia che ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È quello che tutela il diritto al rispetto della vita privata e del domicilio: per una società si configura come il diritto al rispetto della sede sociale e di altri locali commerciali.
Secondo la Corte, la legge italiana non garantisce tutele adeguate in caso di ispezioni da parte delle autorità fiscali. "La Corte - si legge in un passaggio della sentenza - non è convinta che il quadro giuridico interno abbia fornito garanzie adeguate ed effettive allo scopo di prevenire che l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza esercitassero un potere discrezionale illimitato”.
Il rilievo riguarda sia "le condizioni di attuazione delle misure in contestazione, che l’ambito di applicazione delle stesse”. Da qui la conclusione che ai ricorrenti (in tutto dieci aziende) non sia stato fornito “il livello minimo di protezione cui avevano diritto ai sensi della Convenzione”.
Ecco perché è stata accertata la violazione dell’articolo 8 della stessa convenzione. Di più. La Corte ha ritenuto di "fondamentale importanza” l’adozione da parte dello Stato di misure appropriate per adeguare “la legislazione e la prassi alle conclusioni della Corte”. I principi generali già esistenti - è la raccomandazione -devono essere attuati mediante “norme specifiche nel diritto interno”. Detto, fatto. I controlli dovranno avere una giustificazione. Nero su bianco.