ROMA – Poste Italiane centra i migliori risultati economici dalla quotazione in Borsa del 2015. L’utile netto è a un miliardo 170 milioni in questo primo semestre 2025.
La stella polare, assai redditizia, è sempre la stessa per Poste. Si chiama diversificazione. La società cavalca ancora l’onda del commercio elettronico consegnando 159 milioni di pacchi nei 6 mesi, con ricavi per 801 milioni.
Ma vanno bene anche i pagamenti digitali con PostePay, usati ormai da 900.000 clienti. Procurano così ricavi per 802 milioni. Le attività finanziare investite (Afi) si spingono infine a 600 miliardi. La semestrale è accolta bene dagli investitori, con il titolo che sale del 2,77%.
Le norme europee
In questo scenario, prende corpo una indiscrezione. Poste vorrebbe spostare i servizi assicurativi (che hanno ricavi per 906 milioni nei 6 mesi) sotto BancoPosta. La mossa - secondo questa voce - può procurare un beneficio patrimoniale a Poste grazie alle norme europee ribattezzate Danish Compromise.
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ROMA – Poste Italiane centra i migliori risultati economici dalla quotazione in Borsa del 2015. L’utile netto è a un miliardo 170 milioni in questo primo semestre 2025.
La stella polare, assai redditizia, è sempre la stessa per Poste. Si chiama diversificazione. La società cavalca ancora l’onda del commercio elettronico consegnando 159 milioni di pacchi nei 6 mesi, con ricavi per 801 milioni.
Ma vanno bene anche i pagamenti digitali con PostePay, usati ormai da 900.000 clienti. Procurano così ricavi per 802 milioni. Le attività finanziare investite (Afi) si spingono infine a 600 miliardi. La semestrale è accolta bene dagli investitori, con il titolo che sale del 2,77%.
Le norme europee
In questo scenario, prende corpo una indiscrezione. Poste vorrebbe spostare i servizi assicurativi (che hanno ricavi per 906 milioni nei 6 mesi) sotto BancoPosta. La mossa - secondo questa voce - può procurare un beneficio patrimoniale a Poste grazie alle norme europee ribattezzate Danish Compromise.
Ieri l’indiscrezione finisce subito nel confronto tra l’ad di Poste Matteo Del Fante e gli analisti finanziari (appuntamento fisso a ogni presentazione dei conti). Le regole del Danish Compromise sono pensate per incoraggiare le banche ad acquisire o rafforzare il controllo sulle assicurazioni. Poiché questo è l’obiettivo delle norme europee, è lecito chiedersi fino a dove Poste voglia spingersi. È forse intenzionata a trasformare BancoPosta - addirittura - in un istituto bancario a tutto tondo?
La prudenza
Sul punto, l’ad Del Fante è prudentissimo. Precisa che il management di Poste, per quanto ambizioso, non può imprimere a BancoPosta un cambiamento di status così rilevante. Semmai la scelta - precisa il manager - spetterebbe agli azionisti che non hanno fatto passi in questa direzione.
Ovviamente, la trasformazione di BancoPosta in istituto di credito porterebbe a una specie di “conflitto mondiale”. Tutte le altre banche si opporrebbero con ogni mezzo a una simile soluzione che trasformerebbe Poste Italiane in un avversario quasi invincibile perché beneficiario privilegiato del risparmio delle famiglie italiane.
Il sindacato
Sarà il governo Meloni, dunque, a decidere se vuole affrontare l’ira funesta delle banche di ogni ordine e grado. Da questa partita, i manager di Poste - cauti - si chiamano fuori.
La partita delle telecomunicazioni, invece, vede Poste protagonista perché è ormai il primo azionista di Tim al 24,81%. Poste punta a realizzare sinergie profonde con la società delle tlc nel segno dell’efficienza.
Parole che preoccupano Raffaele Roscigno (Slp-Cisl): non dovranno pagare i lavoratori - avverte subito il sindacalista - il costo delle sinergie.