L’economista Rosa: “Gli Stati Uniti hanno voluto sottrarsi all’incertezza ma forse non basterà”
di Eugenio OccorsioROMA – «Il vero capolavoro, chiamiamolo così, di Trump, è di aver convinto il mondo intero prima che i dazi del 10% erano una buona cosa, e adesso addirittura che sarebbero accettabili quelli del 15%. Miracoli del soft power». Brunello Rosa, docente di macroeconomia alla London School of Economics, al di là dello sconcerto cerca di interpretare gli accordi commerciali che freneticamente precedono la scadenza del primo agosto alla ricerca di spiegazioni all’entusiasmo dei mercati: «Qualcosa c’è, per esempio per le auto giapponesi che risparmiano sui dazi perché usano componenti fatti in casa, ma si tratta di dettagli».
E allora, come spiegare l’accoglienza positiva?
«Un accordo commerciale è quanto di più difficile si possa concludere perché è fatto di …
ROMA – «Il vero capolavoro, chiamiamolo così, di Trump, è di aver convinto il mondo intero prima che i dazi del 10% erano una buona cosa, e adesso addirittura che sarebbero accettabili quelli del 15%. Miracoli del soft power». Brunello Rosa, docente di macroeconomia alla London School of Economics, al di là dello sconcerto cerca di interpretare gli accordi commerciali che freneticamente precedono la scadenza del primo agosto alla ricerca di spiegazioni all’entusiasmo dei mercati: «Qualcosa c’è, per esempio per le auto giapponesi che risparmiano sui dazi perché usano componenti fatti in casa, ma si tratta di dettagli».
E allora, come spiegare l’accoglienza positiva?
«Un accordo commerciale è quanto di più difficile si possa concludere perché è fatto di una miriade di voci, settore per settore. Con i giapponesi sono servite giornate intere per stabilire quantità e qualità del riso che gli americani potevano vendere, e questo perché il riso è elemento cruciale nella produzione agricola nipponica. Pensare di chiudere in poche settimane quello che di solito richiede anni di negoziazione è pura utopia».
Insomma, il soft power della Casa Bianca ha funzionato ancora?
«Con Trump non si può mai sapere, ma per ora la chiave è la rimozione del fattore-incertezza che portò al crollo dei mercati dopo il “Liberation day” del 2 aprile e ha continuato a condizionare tutte le trattative. L’incertezza è connaturata con il personaggio-Trump, e con essa la malafede: basta ricordare la facilità con cui aveva ottenuto il rialzo delle spese per la difesa e l’esenzione dalla Global minimum tax, solo per rispondere il giorno dopo con la minaccia secca e incomprensibile di dazi al 30% per l’Europa».
Quindi c’è poco da stare tranquilli anche ora?
«Sì, qualsiasi sia il messaggio che la macchina di pubbliche relazioni di Trump, che deve la sua forza solo all’aver dietro una superpotenza, vorrà veicolare. Una macchina potente perfino all’interno: è riuscita a convincere gli americani, e Trump lo sbandiera tutte le volte, che i 100 miliardi che il governo federale ha incassato finora e che magari saliranno a 300 per fine anno, vengono pagati dagli stranieri che finora “si sono approfittati degli Usa”. Macché: a pagare sono per il 95% le aziende importatrici o direttamente i cittadini americani. L’ha ricordato Michael Pence, il vicepresidente del Trump I oggi in rotta con il tycoon: guardate, ha ammonito, che questi soldi sono tirati fuori dalle tasche dei nostri concittadini».
In ogni caso tutti questi miliardi non basterebbero a compensare il buco aperto dal Big Beautiful Bill. È così?
«Pensi che il debito aggiuntivo creato dai deficit cumulati nei prossimi dieci anni sarà fra i 3500 e i 5mila miliardi di dollari secondo l’Ufficio di bilancio del Congresso. Per questo, i consiglieri economici di Trump hanno prima escogitato il meccanismo degli stablecoin, i cui emittenti – per stare nel rapporto 1:1 col dollaro – compreranno fino a 2000 miliardi di titoli di Stato a stelle e strisce. E adesso stanno pensando alla mossa del cavallo: rivalutare le riserve auree degli Usa, ferme a 42,2 dollari l’oncia come negli anni ’70, operazione che frutterebbe fino a 4mila miliardi. Ma per questo Trump ha bisogno dell’avallo non scontato di Jeremy Powell: c’è chi dice che questa sia la vera posta in gioco fra i due, non i ribassi dei tassi».