ROMA – Un’intesa dolorosa, che brucerebbe miliardi di export e almeno tre decimi di Pil. Ma tutto sommato gestibile, rispetto allo scenario di una guerra commerciale aperta. Dopo aver cullato la speranza di uno zero, e poi ripiegato senza successo su un 10% come il Regno Unito, ora Bruxelles è pronta ad accettare un accordo commerciale con gli Stati Uniti che preveda una tariffa base del 15%, come quello appena chiuso dal Giappone. Restano però una serie di nodi per renderlo digeribile. E il principale riguarda farmaceutica ed elettronica, cioè i settori sotto indagine su cui Trump ha annunciato a breve nuovi dazi. Per l’Europa è fondamentale che l’accordo crei una cornice di stabilità: solo così può eliminare l’incertezza che rappresenta la vera grande “tassa Trump”. Chiede quindi delle garanzie, cioè che i medicinali e i chip restino esentati dai dazi, o almeno che – come potrebbe succedere per le automobili – non vengano tassati più della tariffa base del 15%.
ROMA – Un’intesa dolorosa, che brucerebbe miliardi di export e almeno tre decimi di Pil. Ma tutto sommato gestibile, rispetto allo scenario di una guerra commerciale aperta. Dopo aver cullato la speranza di uno zero, e poi ripiegato senza successo su un 10% come il Regno Unito, ora Bruxelles è pronta ad accettare un accordo commerciale con gli Stati Uniti che preveda una tariffa base del 15%, come quello appena chiuso dal Giappone. Restano però una serie di nodi per renderlo digeribile. E il principale riguarda farmaceutica ed elettronica, cioè i settori sotto indagine su cui Trump ha annunciato a breve nuovi dazi. Per l’Europa è fondamentale che l’accordo crei una cornice di stabilità: solo così può eliminare l’incertezza che rappresenta la vera grande “tassa Trump”. Chiede quindi delle garanzie, cioè che i medicinali e i chip restino esentati dai dazi, o almeno che – come potrebbe succedere per le automobili – non vengano tassati più della tariffa base del 15%.
Una partita da 120 miliardi
L’importanza di “salvare” la farmaceutica è spiegata bene dai suoi numeri. Si tratta della prima voce di esportazione europea negli Stati Uniti: 120 miliardi di euro, con una crescita di quasi il 30% nel solo 2024 e un surplus decollato a quota 70 miliardi. L’obiettivo di Trump è riportare la produzione negli Stati Uniti, per ragioni economiche ma anche di sicurezza nazionale, la base legale (Sezione 232) dei dazi che vuole imporre. Ha detto che all’inizio saranno bassi, in modo da dare il tempo alle aziende di aprire nuovi stabilimenti negli Usa, ma che poi potrebbero crescere fino al 200%. Per chi produce in Europa (in buona parte anche aziende americane) significherebbe essere tagliati fuori dal primo mercato sanitario globale, con inevitabili ripercussioni su investimenti e occupazione.
Bruxelles chiede dunque la garanzia che non si vada oltre il 15%. Ma non è detto che la ottenga. Se è vero che la Casa Bianca deve evitare che una serie di farmaci salvavita spariscano all’improvviso dagli scaffali, e che i prezzi delle medicine si impennino, l’idea americana sembrerebbe piuttosto quella di esentare dai dazi un certo numero di medicine e apparati sanitari al momento “insostituibili”, ma lasciandosi mano libera per tassare tutte le altre.
L’industria più strategica
Un discorso simile riguarda l’elettronica e in particolare i microprocessori, altra industria strategica in ottica di potenza industriale e militare che Trump vuole riportare negli Usa. Nel silicio l’Europa è indietro, ma si è data l’obiettivo di recuperare. Senza accesso al mercato americano (e ai relativi investimenti, e alle tecnologie) sarebbe tutto ancora più difficile, probabilmente impossibile. Bruxelles propone agli Stati Uniti di ragionare in una ottica di partnership, con l’obiettivo di creare filiere comuni per evitare la dipendenza dalla Cina. Ma in sostanza non ha molto da mettere sul piatto. Così come nel settore delle materie prime critiche, un altro che Washington ha messo nel mirino e su cui nei prossimi mesi potrebbe imporre nei nuovi dazi.
Ispirarsi al Giappone
L’accordo tra Stati Uniti e Giappone ha indicato una strada. Tokyo si è impegnata ad investire in America – affamata di capitali – 500 miliardi di dollari attraverso una sorta di fondo sovrano. A fronte di questo ha ottenuto una garanzia molto parziale: non di non subire in futuro questi dazi settoriali, né tanto meno che si limitino alla tariffa base del 15%, ma solo di non venire discriminata rispetto agli altri Paesi. E’ la conferma che Trump non vuole legarsi le mani, d’altra parte l’incertezza è la sua principale arma negoziale. A questo va aggiunto che, rispetto al Giappone, per un’entità sovranazionale come l’Europa è molto più difficile impegnare degli investimenti e provare così ad ammorbidirlo.
La tassa dell’incertezza
Quello che gli Stati Uniti avrebbero messo sul piatto sono esenzioni dai dazi molto specifiche, su alcuni farmaci base di cui hanno bisogno (come detto), sugli aerei e i loro motori, forse sui superalcolici (ma non, sembrerebbe, sugli alcolici come il vino, per la disperazione dei produttori francesi e italiani). Senza garanzie il rischio molto concreto, anche se entro il primo agosto si arrivasse ad un accordo sulle tariffe base, è che dal giorno dopo ricominci il balletto delle minacce commerciali. Uno scenario che l’Europa deve provare a tutti i costi ad evitare, per rendere la sua sconfitta accettabile.