Da mesi i manager delle case farmaceutiche europee fanno la spola tra le due sponde dell’Atlantico. Tra sorrisi e strette di mano, cominciano a delinearsi i perché. Novartis, Sanofi, Roche e per ultima AstraZeneca appena qualche giorno fa. Le grandi sono tutte uscite allo scoperto: investiranno miliardi per rafforzare la loro capacità produttiva negli Stati Uniti. Sono gli effetti dello spauracchio Donald Trump, che contro i prodotti farmaceutici ha puntato un bazooka caricato a dazi, del 200%. Così facendo spera di riportare a casa i grandi brand americani nel tempo fuggiti verso i paradisi fiscali e di dare “asilo” ai marchi stranieri.
Ad aprile, quando la Casa Bianca ha iniziato a mettere nero su bianco le sue intenzioni sulle tariffe commerciali per le importazioni negli Usa, si parlava di un’ipotesi 25% per i farmaci e già le imprese si erano messe tutte sull’attenti. Ora il Tycoon le ha decuplicate e poco importa che si tratti o meno dell’ennesima sparata. L’industria non si può permettere troppe incertezze e sta andando in cerca di ripari.
Le aziende europee aprono il portafoglio
La britannico-svedese AstraZeneca ha messo sul piatto 50 miliardi di dollari per un nuovo centro di produzione in Virginia. Sarà «il più grande investimento produttivo che abbiamo mai fatto al mondo». Il piano include anche espansioni in Maryland, Massachusetts, Indiana, Texas e California. Roche, sede a Basilea (in Svizzera), ne ha tirati fuori altrettanti. La società si è impegnata per 50 miliardi in cinque anni con i quali realizzerà nuovi siti e amplierà quelli esistenti in Indiana, Pennsylvania, Massachusetts e California.
Nel frattempo, la francese Sanofi da un lato ha messo in piedi un progetto da 20 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, dall’altro ha acquisito la biotech americana Blueprint, che potrebbe condurla alla leadership nel campo dei farmaci per le malattie rare.Infine Novartis: sborserà 23 miliardi per costruire sette nuove strutture, tra cui un centro di ricerca a San Diego e un impianto di produzione di principi attivi, su cui gli Usa sono indietro e dipendono ampiamente dalla Cina.
L’Irlanda e i colossi Usa: il caso
Storicamente i farmaceutici, vista la loro importanza strategica, sono stati esentati dai dazi. Con Trump il fumo è cambiato, ma il dito dell’inquilino della Casa Bianca non è puntato solo sui concorrenti asiatici o sui competitor del Vecchio Continente. L’accusa che il Tycoon rivolge al settore farmaceutico coinvolge prima di tutti i suoi stessi compaesani. Nomi come Pfizer, Boston Scientific, Eli Lilly, che da tempo hanno trovato casa in Irlanda, nonostante le loro origini a stelle e strisce.
Quella dell’isola nordeuropea è una storia tutta particolare. Quando venne meno il regime di agevolazioni fiscali in Puerto Rico, le case farmaceutiche americane che vi si erano stanziate cominciarono a guardarsi intorno. La risposta arrivò da Dublino, dove il governo si rese disponibile a negoziare una tassazione sul reddito particolarmente favorevole. «L’Irlanda è stata molto intelligente» ha detto più volte Trump.
In una ricerca condotta da ExportUsa, società italiana di consulenza per il mercato americano, dal 2000 ad oggi l'isola ha accumulato un notevole avanzo commerciale con gli Stati Uniti. Tutto grazie alle esportazioni di prodotti farmaceutici delle multinazionali americane verso la stessa America. «Da gennaio a maggio 2025 l’86% delle esportazioni dall’Irlanda agli Usa è stato rappresentato da prodotti farmaceutici» dice l’analisi. Eli Lilly e Johnson & Johnson hanno entrambe promesso che da adesso in poi aumenteranno i loro investimenti in patria.
Tra incertezze e danni all’economia
Ma a che punto sono i dazi? Manca una settimana esatta al primo agosto e ancora c’è poco di chiaro. Al di là delle percentuali, l’idea partorita a Washington è di concedere alle case farmaceutiche dodici o diciotto mesi di tempo per trovare una soluzione, poi via libera alle tariffe. Un periodo di grazia che analisti economici come quelli di Ubs hanno già definito come del tutto «insufficiente». Visto che per spostare produzioni su larga scala occorrono almeno dai quattro ai cinque anni.
A fine aprile il dipartimento del commercio americano aveva chiesto a PhARMA, la più grande associazione statunitense della categoria, un commento sui prodotti farmaceutici importati negli States. La risposta era arrivata in un dossier di quaranta pagine, dove si diceva che già un dazio al 25% avrebbe comportato un aumento dei prezzi dei farmaci pari a 51 miliardi di dollari all’anno (e un danno da 4 miliardi di euro all’Italia e alla sua industria di riferimento, la seconda nel Paese per livello di export).
La conclusione di PhARMA: «i dazi sui farmaci danneggerebbero la competitività, l’industria e i pazienti americani».Il parere degli esperti evidentemente non è contato a molto. Il Tycoon va avanti e, in attesa di dettagli, le aziende si muovono. Col rischio che per Trump diventi però una vittoria Pirro. Perché se dovesse fare marcia indietro, è plausibile che altrettanto decidano di fare le case farmaceutiche.