ROMA – Sono sempre stato molto scettico su una digital tax europea», dice l’economista tedesco Daniel Gros, che dirige l’Institute for European policymaking all’Università Bocconi. «Semmai sarebbe stato più utile minacciare di applicarla, per poi vendere a Trump come una concessione il fatto di rinunciarci. Forse è proprio quello che l’Europa sta facendo ora».
Non ha senso una tassazione più equa sulle grandi multinazionali che fatturano miliardi in Europa?
«Lo avrebbe con un accordo globale, ma con Trump questo accordo è del tutto fuori discussione. Bisogna anche considerare il fatto che le grandi multinazionali del digitale evadono soprattutto le tasse americane».
Trump però insiste anche nel chiedere a Bruxelles di modificare le sue norme su mercati e serv…
ROMA – Sono sempre stato molto scettico su una digital tax europea», dice l’economista tedesco Daniel Gros, che dirige l’Institute for European policymaking all’Università Bocconi. «Semmai sarebbe stato più utile minacciare di applicarla, per poi vendere a Trump come una concessione il fatto di rinunciarci. Forse è proprio quello che l’Europa sta facendo ora».
Non ha senso una tassazione più equa sulle grandi multinazionali che fatturano miliardi in Europa?
«Lo avrebbe con un accordo globale, ma con Trump questo accordo è del tutto fuori discussione. Bisogna anche considerare il fatto che le grandi multinazionali del digitale evadono soprattutto le tasse americane».
Trump però insiste anche nel chiedere a Bruxelles di modificare le sue norme su mercati e servizi digitali. L’Europa dovrebbe farlo?
«Indipendentemente da quello che chiede, qualche modifica a quelle leggi andrebbe fatta, sono troppo complesse e non molto efficaci. A questo punto si potrebbe usare un po’ di diplomazia, presentando a Trump dei cambiamenti marginali come una sua vittoria e spiegando invece all’opinione pubblica europea che non cambia nulla».
Ma così l’Europa non rischia di mostrarsi ricattabile? Si aspetta che ora il suo atteggiamento verso Big Tech diventi più morbido?
«Il rischio che ogni decisione venga condizionata dal pensiero di Trump, delle sue possibili reazioni, è reale. L’Europa deve continuare ad essere un arbitro imparziale, applicando le sue norme. Modificandole, se necessario, ma senza pensare a lui».
Come giudica una intesa su dazi al 15%, se davvero sarà questo il punto di caduta?
«Come un male accettabile. Il 15% non va giudicato in assoluto, ma nel confronto con gli altri Paesi: in questo momento il dazio medio sui prodotti cinesi è del 45%, quello sulle merci giapponesi e coreane del 15, il nostro al 9. Non ci andrebbe poi così male».
Gli Stati Uniti però potrebbero tassare anche nuovi settori. Pensa che l’Europa riuscirà ad ottenere delle garanzie su farmaci ed auto?
«Farmaceutica ed automobili sono settori molto importanti e visibili, con grossa capacità di lobby, ma il dazio base che verrà applicato conta molto più di quelli settoriali».
Secondo molti la vera tassa che Trump impone al mondo è l’incertezza. Una intesa del genere basterebbe a contenerla?
«No, l’incertezza rimarrà. Dal giorno dopo ci saranno interpretazioni diverse dell’accordo, nuove richieste, ogni sanzione europea contro aziende americane potrebbe scatenare reazioni. Con Trump il negoziato è senza fine».
Ora però lui stesso sembra voler siglare delle intese, perché?
«Difficile capire quello che pensa. Quello che gli interessa è poter vendere delle vittorie, vere o presunte, come il fatto di vendere il riso americano in Giappone o la carne in Australia».
In realtà chi vince e chi perde?
«Con dazi che salgono da zero al 15% perdono tutti, è chiaro. La teoria dice che gli Stati Uniti perdono di più, anche se al momento non si vede ancora. Penso che l’effetto sarà simile a Brexit, quando Londra evitò la recessione immediata che molti prevedevano, ma i costi iniziarono ad emergere due o tre anni dopo. Al momento negli Stati Uniti il boom dell’Intelligenza artificiale copre tutto, ma prima o poi si esaurirà».
Con minacce di ritorsione più energiche, magari verso Big Tech, l’Europa avrebbe potuto ottenere di più?
«Non saprei. L’Europa è divisa, ma spesso questo aspetto viene esagerato, anche negli Stati Uniti ci sono opinioni e gruppi di pressione diversi. Tutto sommato la Ue ha minacciato delle ritorsioni, non è detto che un atteggiamento più estremo avrebbe portato risultati migliori. La Cina, rispondendo occhio per occhio, oggi si trova con dazi al 45%».