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Il budget europeo: più tasse e agricoltori già in piazza

Il palazzo della Commissione europea a Bruxelles

 

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Il bilancio settennale appena presentato dalla Commissione sposta le risorse da Pac e coesione verso la competitività. Ma i fondi non sono sufficienti
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ROMA – C’è quella cifra, 2 mila miliardi di euro quasi tondi, meno «ambiziosa» di quanto sostiene Ursula von der Leyen ma comunque «inaccettabile» per i Paesi frugali. C’è una diversa spartizione della torta, che toglie a chi ha sempre avuto molto — come agricoltori e regioni — per dare a competitività e difesa. C’è anche un nuovo modo di gestire le risorse, che in nome di flessibilità e semplificazione prevede dei piani nazionali in stile Pnrr, con riforme ed obiettivi da centrare. Ci sono, infine, nuove tasse con cui l’Europa vorrebbe aumentare le entrate “proprie” e dipendere meno dai 27 Paesi. Follow the money, seguire i soldi. E nel caso della proposta sul nuovo bilancio settennale dell’Unione, appena presentata dalla presidente della Commissione von der Leyen, i soldi puntano verso una battaglia di potere, interessi e consenso che durerà due anni. L’esito determinerà in che misura, dal 2028, l’Europa avrà le risorse necessarie per affrontare le sfide esistenziali (copyright di M…

ROMA – C’è quella cifra, 2 mila miliardi di euro quasi tondi, meno «ambiziosa» di quanto sostiene Ursula von der Leyen ma comunque «inaccettabile» per i Paesi frugali. C’è una diversa spartizione della torta, che toglie a chi ha sempre avuto molto — come agricoltori e regioni — per dare a competitività e difesa. C’è anche un nuovo modo di gestire le risorse, che in nome di flessibilità e semplificazione prevede dei piani nazionali in stile Pnrr, con riforme ed obiettivi da centrare. Ci sono, infine, nuove tasse con cui l’Europa vorrebbe aumentare le entrate “proprie” e dipendere meno dai 27 Paesi. Follow the money, seguire i soldi. E nel caso della proposta sul nuovo bilancio settennale dell’Unione, appena presentata dalla presidente della Commissione von der Leyen, i soldi puntano verso una battaglia di potere, interessi e consenso che durerà due anni. L’esito determinerà in che misura, dal 2028, l’Europa avrà le risorse necessarie per affrontare le sfide esistenziali (copyright di Mario Draghi) che ha di fronte.

Non è tutto oro

Il totalone, si diceva: 1.980 miliardi per sette anni, che a beneficio della comunicazione diventano 2.000. In valore assoluto è un bel salto rispetto all’attuale settennato, 1.200 miliardi. Se però lo si calcola in rapporto al reddito nazionale lordo (Rnl) dei 27, il modo più corretto, l’aumento è solo dall’1,13% all’1,26%. Se poi togliamo anche la somma che dal 2028 la Ue dovrà sborsare per rimborsare i prestiti del NextGenerationEU, quanto davvero “spendibile” scende ulteriormente all’1,15%. Siamo lontanissimi dagli 800 miliardi di investimenti l’anno, almeno in parte pubblici, necessari secondo Draghi a gestire le transizioni energetica e digitale: per assicurare gli investimenti in beni pubblici europei sarebbe servito, secondo il think tank Bruegel, un budget compreso tra l’1,7 e il 2% del reddito lordo. Circa 3 mila miliardi.

Irrealistico? Forse sì, considerato il fuoco di fila con cui la Germania e gli altri frugali hanno accolto questa proposta: sono contrari all’aumento ma anche allo strumento anti-imprevisti da 400 miliardi che Ursula vorrebbe introdurre “fuori budget”, unico e molto ipotetico canale di debito comune europeo. Ma se il loro assomiglia a un no a prescindere, perché non alzare la posta? Il 2% non sarebbe stato poi così tanto, ci siamo appena impegnati con Trump a spendere il 5% per la difesa. Considerato che gli scorsi negoziati sono sempre stati al ribasso, si rischia che alla fine il budget “reale” della Ue sia addirittura più basso dell’attuale.

I grandi scontenti

Dove Ursula ha osato è invece nella distribuzione delle risorse. Oggi due terzi del bilancio vanno alle politiche agricole e di coesione, allocazione anacronistica considerate le crisi di competitività e di sicurezza che vive l’Europa. La proposta allora è di far confluire quei due programmi, insieme ad altri minori, in un unico pilastro di spesa definito “Persone, Paesi e regioni”, del valore di 865 miliardi. Di fatto è un taglio: agli agricoltori vengono garantiti 300 miliardi di trasferimenti diretti, comunque tanti, forse neppure necessari, ma meno dei 380 attuali; alle regioni meno sviluppate 218 miliardi.

Di fronte alle proteste dei primi (già in piazza) e delle seconde, la Commissione ha replicato che si tratta solo di una cifra minima: i governi potranno decidere di indirizzare loro anche più fondi. Ma in quel pilastro rientrano anche le politiche sociali (per quanto meno rappresentate). E — appunto — tutto dipende da un altro grande oggetto del contendere, al momento assai oscuro, cioè i piani nazionali (e regionali, aggiunta per cui ha combattuto il nostro Commissario Fitto) che i vari Paesi dovranno presentare alla Commissione. Il modello è quello del Pnrr: risorse in cambio di riforme e obiettivi misurabili. Un modo per evitare sprechi (sacrosanto) e assicurarsi che le spese siano allineate alle priorità europee (giusto). Ma anche efficace? Su Next GenerationEU un verdetto chiaro non c’è. Protesta l’Europarlamento, che teme di essere scavalcato e che il bilancio Ue diventi una somma di 27 piani nazionali.

La rincorsa tech

Tutto ciò libera spazio per il pilastro “competitività”, parola chiave del rapporto di Draghi che Ursula ha messo al centro del suo secondo mandato. Nasce un omonimo fondo da 410 miliardi di euro, il cui obiettivo sarà investire nelle tecnologie strategiche dalla ricerca di base (con il programma Horizon raddoppiato, grande idea) alla produzione. Qui il salto di quantità c’è: il digitale ha sei volte più risorse, il greentech cinque, così come le infrastrutture comuni di trasporto ed energetiche. Per difesa e spazio sono riservati 130 miliardi, a sostegno del grande piano di riarmo Ue.

Basta a competere con le superpotenze? No, è un passetto. Né al momento è chiaro come il fondo funzionerà. Completa il quadro il terzo pilastro da 200 miliardi, Europa globale, dedicato alla cooperazione internazionale e alle politiche di allargamento.

Le tasse europee

Sul lato delle entrate, von der Leyen ha assicurato che la quota a carico degli Stati membri non aumenterà. Forse anche qui si poteva osare, metterli di fronte alle loro responsabilità; forse con il vento nazionalista che soffia in Europa non era il caso; di certo non è bastato a prevenire i veti. Tant’è, per garantire le maggiori spese — e coprire i rimborsi del Pnrr — il budget propone invece un aumento delle cosiddette risorse proprie, quelle che l’Europa riceve direttamente. Da un lato aumenta la “quota comunitaria” su una serie di imposte già in vigore, come i dazi doganali o i certificati per emettere CO2 (Ets). Dall’altro introduce una serie di nuove tasse: sui rifiuti elettronici non riciclati, sui tabacchi, sulle aziende con un fatturato sopra i 100 milioni di euro (Core). Incasso atteso: 58 miliardi l’anno. Ma reggeranno? I governi sovranisti sono contrari, e tutti temono che le nuove imposte finiscano comunque per erodere i loro incassi. Mentre gli industriali — pur applaudendo al capitolo competitività — annunciano guerra al (modesto) Core.

Compromesso al ribasso

Nei prossimi due anni su questo bilancio si combatterà una battaglia all’ultima virgola. Tutti gli interessi hanno già iniziato a esplicitare le loro linee rosse. E tutti i Paesi proveranno a ricalcolare il saldo dare-avere con l’Europa, e almeno a non perderci. Tutto può succedere. Ma il solito meccanismo europeo — approvazione a maggioranza in Parlamento e all’unanimità dei 27 Stati — favorisce i veti e i compromessi al ribasso.

Un esito possibile e nefasto è che alla fine il bilancio ne esca ridimensionato nelle risorse e più simile a quello attuale nella forma, “restituendo” una parte di quanto tolto a chi urla di più e limando il capitolo sulla competitività. Da grande equilibrista, von der Leyen ha già detto che per lei non ci sono linee rosse. In questa Europa anche un’ambizione modesta deve fare i conti con la realtà.

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