I dazi al 15%, lo sconto sull’auto, l’incognita farmaci: cosa c’è nell’accordo tra Europa e Usa
di Raffaele Ricciardi , Filippo SantelliNon è lo zero a cui l’Europa puntava, con ottimismo, all’inizio della trattativa. Né il 10% - modello Regno Unito - su cui aveva provato a ripiegare poi. Alla fine la tassa doganale asimmetrica che l’Unione pagherà dal primo agosto per evitare una guerra di dazi con gli Stati Uniti, il loro principale partner commerciale, è il 15%. La stessa accettata anche dal Giappone qualche giorno fa.
Per le imprese europee e italiane l’impatto non è trascurabile, specie se combinato con l’attuale forza del dollaro, ma di certo più gestibile del 30% che avrebbero dovuto fronteggiare in mancanza di accordo. Alcune analisi prevedono una riduzione di due decimi di punto sulla crescita Ue (tre decimi per i Paesi più esposti come Italia e Germania).
Il 15% assorbirà tutti i dazi precedenti e si applicherà alla maggior parte dei prodotti. Ma se lo “sconto” per l’automotive rispetto all’attuale 27,5% è certo (anche il Giappone lo ha avuto), molta più ambiguità circonda un altro settore chiave, la farmace…
Non è lo zero a cui l’Europa puntava, con ottimismo, all’inizio della trattativa. Né il 10% - modello Regno Unito - su cui aveva provato a ripiegare poi. Alla fine la tassa doganale asimmetrica che l’Unione pagherà dal primo agosto per evitare una guerra di dazi con gli Stati Uniti, il loro principale partner commerciale, è il 15%. La stessa accettata anche dal Giappone qualche giorno fa.
Per le imprese europee e italiane l’impatto non è trascurabile, specie se combinato con l’attuale forza del dollaro, ma di certo più gestibile del 30% che avrebbero dovuto fronteggiare in mancanza di accordo. Alcune analisi prevedono una riduzione di due decimi di punto sulla crescita Ue (tre decimi per i Paesi più esposti come Italia e Germania).
Il 15% assorbirà tutti i dazi precedenti e si applicherà alla maggior parte dei prodotti. Ma se lo “sconto” per l’automotive rispetto all’attuale 27,5% è certo (anche il Giappone lo ha avuto), molta più ambiguità circonda un altro settore chiave, la farmaceutica. Acciaio e alluminio restano al 50%, anche se in futuro potrebbe subentrare un meccanismo di quote.
Da parte sua l’Europa si impegna ad azzerare le (già basse) tariffe sulle merci Usa, a comprare armi e gas, a investire negli Stati Uniti. Le cifre fatte circolare appaiono però enormi, e al momento i dettagli sono scarsi.
La manifattura: l’auto festeggia, quote per l’acciaio
Il pilastro fondamentale del Patto di Turnberry, così come è già stato ribattezzato, è quella tariffa base del 15% che dal primo agosto gli Stati Uniti applicheranno alla gran parte dei beni europei che arrivano alle loro dogane. Questo sarà il dazio su prodotti meccanici e macchinari industriali, sugli alimentari o sulla moda, tanto per citare alcuni dei settori chiave del made in Italy. A renderlo un po’ meno pesante è il fatto che assorbirà anche le tasse precedenti al ritorno di Trump alla Casa Bianca, che in media erano all’1,8%. Scendono quindi dal 27,5 al 15% “base” anche le tariffe settoriali che qualche settimana fa gli Stati Uniti hanno imposto su automobili e relative componenti, in cambio dell’azzeramento di quelle europee e del riconoscimento di alcuni standard Usa. Nessuno “sconto” al momento per acciaio e alluminio, su cui restano dazi al 50% (gli unici sopra la base), anche se l’Europa ha detto che in un secondo momento potrebbero essere sostituiti da un meno punitivo sistema a quote.
I medicinali: al 15% con l’incognita di un futuro aumento
Restano una serie di incognite da definire, con versioni discordanti dell’intesa date da Donald Trump e Ursula von der Leyen. Riguardano soprattutto gli altri settori su cui gli Stati Uniti hanno avviato specifiche indagini di sicurezza nazionale (la cosiddetta Sezione 232) e potrebbero a breve imporre nuovi dazi per riportare la produzione negli Stati Uniti. Quello che interessa più da vicino l’Europa e l’Italia, perché rappresenta la loro prima voce di export verso gli Usa, sono i farmaci. Secondo quanto riferito da Bruxelles il relativo dazio non supererà il 15%, ma non è detto - come peraltro dichiarato dal presidente americano - che in un secondo tempo non salga per tutto li mondo. Ai giornalisti Trump aveva addirittura detto che i farmaci non sarebbero stati parte dell’accordo. Discorso analogo riguarda l’elettronica di consumo e i microprocessori, anche se la produzione europea in questi settori, specie rispetto alle potenze industriali dell’Estremo Oriente, è decisamente limitata.
Le esenzioni: aerei e materie prime critiche a dazi zero
La proposta iniziale dell’Europa agli Stati Uniti era quella di un azzeramento reciproco delle tariffe, zero per zero. Non ha funzionato per ammorbidire Donald Trump, ma il principio sopravvive all’interno dell’accordo per un numero molto limitato di merci. Saranno esenti da dazi su entrambe le sponde dell’Atlantico gli aerei e le loro componenti (Boeing e Airbus), alcuni prodotti chimici e farmaci generici, i macchinari per produrre microprocessori, alcune risorse naturali e materie prime critiche, alcuni prodotti agricoli. Per quanto ridotte, queste esenzioni sono significative: riguardano in molti casi delle produzioni strategiche, dove Stati Uniti ed Europa possono cooperare per creare delle filiere autonome e meno dipendenti dalla Cina. Si lavorerà per aggiungere a questa lista altri prodotti, ha detto von der Leyen. Ancora in discussione una possibile esenzione per i superalcolici (ma non il vino).
Gli acquisti: l’Europa si impegna per 750 miliardi
Fa parte dell’intesa l’impegno dell’Europa ad acquistare più prodotti americani, in particolare armi ed energia. Per le prime non è stata fornita una cifra precisa, anche se è noto l’accordo in sede Nato per aumentare le spese militari fino al 5% del Pil. Per l’energia si parla di 750 miliardi di dollari in tre anni, 250 l’anno, numero enorme visto che nel 2024 le importazioni di gas e petrolio dagli Usa sono state 84 miliardi. Dovrebbe trattarsi per lo più di gas naturale liquefatto, con cui l’Europa potrebbe azzerare le residue importazioni di metano russo (anche se il suo prezzo è superiore a quello del gas via tubo).
Trump ha anche citato poi investimenti europei negli Stati Uniti per 600 miliardi di dollari. Sono cento più di quelli promessi dal Giappone, cifra che già pareva fantasmagorica. È probabile che lì dentro vengano in qualche modo computati tutti gli impegni oltre Oceano delle aziende europee - cosa che significherebbe meno investimenti qui - ma l’assenza di dettagli impedisce al momento di capire quanto siano vincolanti e di fare ulteriori valutazioni.
Gli effetti: Italia secondo Paese più esposto, fino a 23 miliardi di costi
L’Irlanda è il Paese Ue più esposto ai dazi americani, seguita da Italia, Germania e Francia. Lo rivela uno studio del think tank Bruegel, che ha stimato l’impatto di tariffe tra il 15 e il 30% nei Ventisette in relazione ai posti di lavoro legati all’export oltreoceano. In Irlanda, il 13% dell’occupazione è legato a settori vulnerabili come chimica, agroalimentare e riparazioni, un dato che sale ulteriormente includendo i farmaci. L’Italia segue con un’esposizione all’11%, trainata da auto, moda e farmaceutica. Germania e Francia si attestano attorno al 9%, con pesi diversi tra automotive, beni industriali e lusso. L’intesa scozzese quindi non sarà a costo zero per le imprese italiane, che già chiedono aiuti al governo. Nelle stime di Confindustria il mix di tariffe al 15% e indebolimento del biglietto verde provoca una perdita di export da 22,6 miliardi (10 dei quali recuperabili su altri mercati): macchinari (4,3 miliardi), farmaceutica (3,4), alimentari (1,8), autoveicoli (1,3) tra i più colpiti.