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Il campanello d’allarme delle imprese italiane: crescono i fallimenti

(ansa)

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Nel secondo trimestre le procedure di liquidazione sono salite del 18% sul 2024 e del 33% sul 2023. Edilizia e commercio i settori più colpiti
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MILANO – L’Italia Spa che si affaccia sulla nuova stagione dei dazi di Trump, che per l’Europa prevedono ora un livello di massima del 15% con molti dettagli da chiarire, si presenta con qualche campanello d’allarme che risuona per la crescita delle liquidazioni giudiziali (i vecchi “fallimenti”) che assume una proporzione piuttosto rilevante. “Non è un allarme rosso, ma certamente un fattore da tenere d’occhio”, premette l’amministratore delegato di Cribis (gruppo Crif), Marco Preti: “Evidenzia le difficoltà che molte imprese italiane stanno affrontando in un contesto economico fragile, dove un’inflazione che resta alta, insieme alle tensioni sul commercio globale, hanno creato rischi concreti”.

I numeri, dunque: le liquidazioni sono salite del 18% nel secondo trimestre dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2024. Un balzo che diventa del 33% se si considera il raffronto con il 2023. “Sebbene i numeri assoluti siano ancora sotto i livelli antecedenti la pandemia, il trend è in a…

MILANO – L’Italia Spa che si affaccia sulla nuova stagione dei dazi di Trump, che per l’Europa prevedono ora un livello di massima del 15% con molti dettagli da chiarire, si presenta con qualche campanello d’allarme che risuona per la crescita delle liquidazioni giudiziali (i vecchi “fallimenti”) che assume una proporzione piuttosto rilevante. “Non è un allarme rosso, ma certamente un fattore da tenere d’occhio”, premette l’amministratore delegato di Cribis (gruppo Crif), Marco Preti: “Evidenzia le difficoltà che molte imprese italiane stanno affrontando in un contesto economico fragile, dove un’inflazione che resta alta, insieme alle tensioni sul commercio globale, hanno creato rischi concreti”.

I numeri, dunque: le liquidazioni sono salite del 18% nel secondo trimestre dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2024. Un balzo che diventa del 33% se si considera il raffronto con il 2023. “Sebbene i numeri assoluti siano ancora sotto i livelli antecedenti la pandemia, il trend è in aumento”, dice Preti.

Parliamo di oltre 5mila imprese che hanno chiuso i battenti da inizio anno a fine giugno, per un totale di 14.500 lavoratori coinvolti.

Ci sono anche alcune considerazioni “tecniche” da fare. Le dinamiche dei fallimenti scontano l’entrata in vigore del Codice della Crisi, introdotto nel luglio 2022 e che prevede misure per riconoscere tempestivamente le situazione di stress e puntare su strumenti di ristrutturazione, in via prioritaria rispetto alle liquidazioni, per garantire la sopravvivenza delle attività e il loro rilancio. Procedimenti unitari, con misure cautelari e protettive, non sembrano però, alla prova dei numeri, contenere la crescita dei fallimenti veri e propri. “In parte – dice Preti - si stanno scaricando sul mercato quelle situazioni di stress di lunga durata, che erano state di fatto “congelate” durante i lunghi mesi della pandemia. E poi c’è un effetto di ‘magazzino’ di situazioni particolarmente difficili che sono inizialmente transitate dagli strumenti preventivi per poi approdare alle liquidazioni vere e proprie”.

Insomma, non si accende ancora l’allarme rosso ma bisogna senz’altro fare i conti con un trend di crescita delle liquidazioni “che se dovesse proseguire nel tempo diventerebbe preoccupante”, commenta il manager.

A subire i contraccolpi sono soprattutto le imprese attive nel commercio, con una crescita del 16% delle liquidazioni tra il primo e il secondo trimestre dell’anno, e l’edilizia che sale del 22%. “Che il commercio subisca maggiori pressioni è comprensibile”, commenta ancora Preti, “in un momento di grande incertezza, con l’economia in rallentamento e i consumi delle famiglie contenuti a causa dell’inflazione dei mesi scorsi”. Quanto all’edilizia, settore normalmente oggetto di un forte turnover, senz’altro un ruolo lo gioca la fine degli incentivi. Un’ultima annotazione, quella territoriale: in valore assoluto non stupisce che siano Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna a comporre il podio delle liquidazioni, perché sono anche le più densamente popolate di imprese. In rapporto alle aziende attive, le Regioni con il maggior numero di fallimenti diventano Lazio, Lombardia, Toscana, Emilia Romagna e Umbria.

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