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Dazi, la grande incertezza della farmaceutica: “Impatto da 2,5 miliardi”

La tariffa base dovrebbe essere al 15%, ma non c’è chiarezza sulle esenzioni per i medicinali generici: rischiano le Pmi che li producono
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ROMA – In un accordo commerciale pieno di incognite, una delle principali riguarda i farmaci, prima voce dell’export europeo verso gli Stati Uniti (120 miliardi) e seconda per l’Italia (oltre 10 miliardi). Ieri le associazioni delle imprese di settore sono tornate a domandare chiarezza sulla tariffa che toccherà loro. Sia la Casa Bianca che la Commissione hanno detto che sarà il 15%, quella base. Ma si aspetta per capire se questa parte dell’intesa scozzese verrà messa nero su bianco il 1° agosto, se verranno confermate alcune esenzioni e soprattutto se Donald Trump rispetterà la parola: l’esito dell’indagine americana sui farmaci, a valle della quale verranno annunciati i dazi di settore per tutto il mondo, dovrebbe arrivare fra due settimane.

“Impatto da 2,5 miliardi”

Ieri il presidente di Farmin…

ROMA – In un accordo commerciale pieno di incognite, una delle principali riguarda i farmaci, prima voce dell’export europeo verso gli Stati Uniti (120 miliardi) e seconda per l’Italia (oltre 10 miliardi). Ieri le associazioni delle imprese di settore sono tornate a domandare chiarezza sulla tariffa che toccherà loro. Sia la Casa Bianca che la Commissione hanno detto che sarà il 15%, quella base. Ma si aspetta per capire se questa parte dell’intesa scozzese verrà messa nero su bianco il 1° agosto, se verranno confermate alcune esenzioni e soprattutto se Donald Trump rispetterà la parola: l’esito dell’indagine americana sui farmaci, a valle della quale verranno annunciati i dazi di settore per tutto il mondo, dovrebbe arrivare fra due settimane.

“Impatto da 2,5 miliardi”

Ieri il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, ha detto che una tassa al 15% – se confermata – avrebbe «costi importanti per le imprese». L’associazione li stima in 2,5 miliardi di euro, sommando al costo del dazio (oggi a zero, come da accordo globale siglato vent’anni fa) l’impatto della svalutazione del dollaro, come in questi giorni sta facendo Confindustria. Ha aggiunto, però, che «viste le premesse» l’impatto sarebbe «sostenibile». L’obiettivo di Trump è portare la produzione negli Stati Uniti, questione economica e di sicurezza nazionale, e in passato ha detto che per farlo avrebbe imposto tariffe fino al 200%.

Ampi margini

Una catastrofe che, con tutte le cautele, l’Europa potrebbe evitare. Quanto al 15%, diversi fattori lo fanno apparire alla farmaceutica più gestibile rispetto ad altri settori. Il primo è la profonda integrazione produttiva che negli ultimi anni (anche per pagare meno tasse) si è creata tra le due sponde dell’Atlantico: oggi negli stabilimenti europei, molti di aziende americane, si produce il 43% dei principi attivi dei farmaci di marca consumati negli Usa, flusso che in tempi brevi sarebbe difficile da ricollocare senza rischiare crisi di approvvigionamento. Il secondo è la “ricchezza” del mercato Usa, dove le medicine arrivano a costare anche il doppio che in Europa. Significa che le aziende potranno provare a scaricare una parte dell’aumento sui prezzi finali, sui consumatori americani, e un’altra parte assorbirla. Un’analisi appena pubblicata da Prometeia e Intesa Sanpaolo indica la farmaceutica come il settore meno impattato dalle tariffe: neppure un decimo di punto su un margine lordo del 16%, il più alto della manifattura italiana.

L’incognita dei generici

In questo quadro le aziende più esposte paiono quelle (di solito più piccole) che producono per conto terzi, e in particolare quelle che realizzano farmaci generici, dai margini molto limitati. Qui la quota di produzione “europea” si ferma al 18%, con la formidabile concorrenza low cost di India (35%) e Cina (8%). E l’incertezza sulle tariffe è massima. Bruxelles ha parlato di un’esenzione per i generici, che però è ancora in fase di discussione. Si attende anche di capire i contorni dell’accordo che Trump chiuderà con l’India, e se la sua chimica sarà tassata allo stesso livello, di meno o di più.

Pericolo di fuga

«Resta il rischio per la competitività dell’industria europea, a favore degli Usa, della Cina e di Paesi come Singapore, India e Emirati, che adottano politiche molto attrattive», ha detto Cattani. L’ipotesi è che nel medio periodo una parte della produzione lasci la Ue, portandosi dietro il suo indotto di lavoro e ricerca. Gli investimenti miliardari che alcune multinazionali europee hanno promesso a Trump sono un tentativo di corteggiarlo (evitando che cerchi di tagliare i prezzi via decreto), ma anche la presa d’atto che per gli Usa produrre farmaci in casa è un imperativo strategico e bipartisan.

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