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Il nuovo disordine di Trump: Svizzera colpita come la Siria, il Lesotho punito per i jeans

Il tabellone con le tariffe reciproche dello scorso 2 aprile 

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La tariffa media per le importazioni sale al 15,2%. Dagli accordi bilaterali nasce un mondo pieno di squilibri
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ROMA – È il nuovo disordine globale. Quello in cui la ricchissima Svizzera e la disastrata Siria vengono tartassate allo stesso modo, in cui il Kenya la scampa e il Lesotho no, in cui per l’americano medio un’auto prodotta dall’altra parte del Pacifico rischia di costare più di una assemblata dai vicini canadesi. Già, perché dopo l’ultima estrazione della lotteria dei dazi, tra i sommersi e i salvati delle tariffe reciproche, nel “nuovo ordine” di cui parla Trump non si vede logica. Un po’ ribilanciamento commerciale, un po’ urgenza di fare cassa, un po’ aggressione politica. Un po’ punizione per chi non ha supplicato e un po’ sconto per chi ha ingoiato il deal, sperando che poi Trump lo rispetti. In definitiva - ma si fa fatica a definirla logica - il puro e distruttivo arbitrio di chi vuole trasformare il mondo in una somma di braccia di ferro, convinto che sia nel miglior interesse della superpotenza.

ROMA – È il nuovo disordine globale. Quello in cui la ricchissima Svizzera e la disastrata Siria vengono tartassate allo stesso modo, in cui il Kenya la scampa e il Lesotho no, in cui per l’americano medio un’auto prodotta dall’altra parte del Pacifico rischia di costare più di una assemblata dai vicini canadesi. Già, perché dopo l’ultima estrazione della lotteria dei dazi, tra i sommersi e i salvati delle tariffe reciproche, nel “nuovo ordine” di cui parla Trump non si vede logica. Un po’ ribilanciamento commerciale, un po’ urgenza di fare cassa, un po’ aggressione politica. Un po’ punizione per chi non ha supplicato e un po’ sconto per chi ha ingoiato il deal, sperando che poi Trump lo rispetti. In definitiva - ma si fa fatica a definirla logica - il puro e distruttivo arbitrio di chi vuole trasformare il mondo in una somma di braccia di ferro, convinto che sia nel miglior interesse della superpotenza.

Si torna agli anni ‘30

Nel complesso, calcolano gli analisti di Bloomberg, le tariffe americane salgono al 15,2%. Non alte come il 2 aprile, il giorno della liberazione nazionale che fece collassare i mercati e mise addirittura in dubbio la solidità degli Stati Uniti. Ma comunque sei volte più alte di quando Trump è tornato alla Casa Bianca, e al livello dei famigerati anni ’30. Paradossalmente per compilare il tabellone del 2 aprile era stata usata una formula, per quanto assurda dal punto di vista economico. Ora neanche quella, con clamorosi colpi di scena. La Svizzera per esempio, che proprio nel giorno della sua festa nazionale si becca in regalo un 39%, uno dei pochi trattamenti che peggiorano. Aspra punizione per il suo avanzo commerciale fatto soprattutto di farmaci, produzione che Trump vuole riportare negli Usa. E segnale inquietante per tutta l’industria, che a breve attende il verdetto sui dazi settoriali.

I dazi come arma politica

Berna spera che non sia l’ultima parola, solo una di quelle mosse con cui il grande negoziatore prova a metterti spalle al muro. In fondo con altri Paesi “alleati” e in avanzo commerciale, come Europa o Giappone, si è accontentato di un 15% che oggi assomiglia a un meno peggio. Il problema è che la logica della rivalsa economica si intreccia sempre di più a quella politica. Vedere il 50% appioppato al Brasile di Lula, reo di aver messo sotto indagine il predecessore trumpiano Bolsonaro. O il 35% per il Canada di Mark Carney, bastonato per non essersi genuflesso e per l’idea di riconoscere la Palestina, proprio mentre l’altro vicino messicano, molto più remissivo, ottiene altri tre mesi di tregua. Se è vero che nell’area di libero scambio nordamericana metà delle merci resta non tassata, non è dato sapere cosa Trump ne voglia fare. E il paradosso è che al momento rischiano di pagare soprattutto le aziende americane come quelle dell’automotive, costrette a importare acciaio e componenti a cifre esorbitanti, con buona pace della rinascita industriale del Paese.

L’incognita della Cina

Stessa confusione per le manifatture emergenti dell’Asia. Vietnam e vicini hanno strappato un 20%, ora per l’India arriva un 25%, punita anche perché continua a comprare gas e petrolio russi. In tutto ciò la grande incognita, la principale per capire se Washington abbia ancora un senso strategico, riguarda il grande rivale cinese, l’unica potenza che abbia risposto dazio per dazio. Si va verso un prolungamento della tregua: Trump vuole un “grande accordo” con Xi? E quanto è disposto a concedere per poterlo rivendere ai suoi elettori? Tra le tariffe imposte ieri al mondo c’è anche un 40% per tutte le merci che transitano attraverso Paesi terzi, in teoria un modo per evitare che Pechino aggiri i blocchi. Sulle restrizioni alla vendita di chip però la Casa Bianca ha fatto marcia indietro, una notevole concessione alle ambizioni tecnologiche del Dragone.

Povero Lesotho

Quanto agli altri Paesi, resta il dazio minimo del 10%, anche per chi compra dagli Stati Uniti più di quanto esporti. E tra il 10 e il 15 c’è tutta l’Africa, con l’esclusione di Algeria, Libia e Sud Africa al 30%. Per alcuni dei Paesi più poveri al mondo, i cui cittadini semplicemente non possono permettersi di comprare beni americani, è comunque un colpo pesante. Prendete il Lesotho, che grazie a un vecchio accordo di libero scambio con gli Stati Uniti si era messo a produrre jeans e altri vestiti per il loro mercato. I dazi scendono dal 50 al 15%, ma rischiano comunque di mandare fuori mercato le imprese locali.

Il vecchio ordine

Vero, queste tariffe dovrebbero almeno ridurre l’incertezza che negli ultimi mesi ha congelato gli investimenti. Non la cancellano però: arriveranno dazi settoriali su farmaci, chip e materie prime, manca una parola definitiva sulla Cina, e da manuale trumpiano ogni intesa può sempre essere ribaltata. Troppe incognite per capire come si riorganizzerà la produzione globale, chi ci perderà di più e chi di meno. La sola certezza è che in questa artificiale distruzione di attività economica ci perdono tutti, e prima di tutto gli americani. Mentre il vecchio ordine, quello in cui i commerci erano visti come un mutuo beneficio, in cui era vietato tassare i beni di un Paese più di quelli di un altro, si sbriciola sotto i colpi di chi lo aveva creato.

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