Effetto dazi su pc, scarpe e abiti: “Un salasso per le famiglie Usa”
dalla nostra inviata Anna LombardiDonald Trump e Jerome Powell
(reuters)NEW YORK – Arrabbiarsi e licenziare perfino chi raccoglie dati – venerdì è successo alla responsabile del ministero del Lavoro Erika McEntarfer, accusata di aver manipolato quelli sull’occupazione per metterli in cattiva luce – non basterà a dimostrare la tesi di Donald Trump secondo cui i dazi non porteranno un’impennata dei prezzi. Eppure la reazione negativa dei mercati è un tema cui il presidente è particolarmente sensibile. Tanto più dopo il venerdì nero di Wall Street e delle Borse mondiali, seguito all’annuncio notturno delle nuove tariffe.
Lo dimostra il fatto che finora si è astenuto dal rimuovere il capo della Fed Jerome Powell (ammesso che abbia effettivamente i poteri per farlo), un blitz che sogna da tempo, come ha ribadito pure venerdì p…
NEW YORK – Arrabbiarsi e licenziare perfino chi raccoglie dati – venerdì è successo alla responsabile del ministero del Lavoro Erika McEntarfer, accusata di aver manipolato quelli sull’occupazione per metterli in cattiva luce – non basterà a dimostrare la tesi di Donald Trump secondo cui i dazi non porteranno un’impennata dei prezzi. Eppure la reazione negativa dei mercati è un tema cui il presidente è particolarmente sensibile. Tanto più dopo il venerdì nero di Wall Street e delle Borse mondiali, seguito all’annuncio notturno delle nuove tariffe.
Lo dimostra il fatto che finora si è astenuto dal rimuovere il capo della Fed Jerome Powell (ammesso che abbia effettivamente i poteri per farlo), un blitz che sogna da tempo, come ha ribadito pure venerdì parlandone candidamente alla rete di estrema destra Newsmax: «Lo rimuoverei in un batter d’occhio, ma dicono che così disturberei il mercato. Comunque lui se ne andrà tra sette o otto mesi e metterò un altro, quindi per ora resti pure al suo posto».
Ma intanto l’inflazione, finora contenuta, sta tornando a salire proprio a causa dei nuovi tributi globali. E gli analisti non dubitano: la tornata che entrerà in vigore la settimana prossima avrà ripercussioni immediate sui costi dei beni importati. I primi segnali sui beni di consumo ci sono già, con le aziende che hanno esaurito le opzioni per mantenerli stabili e si preparano a scaricarli sui consumatori.
Il Wall Street Journal ora attacca Trump: “La nuova età dell’oro non si vede ancora”. E a fare due conti ci prova il Budget Lab dell’Università di Yale, che studia appunto i movimenti dell’economia americana. Secondo gli studiosi, i nuovi dazi costeranno ai consumatori un’aliquota tributaria media del 18,3%, la più alta dal 1934. Nel solo 2025 gli aumenti saranno pari a un salasso medio di 2.400 dollari a famiglia. Con la previsione, tutt’altro che rosea, che il Pil degli Usa – appena cresciuto del 3%, per intenderci – inverta la tendenza per colpa di una perdita media da circa 120 miliardi di dollari l’anno.
Tra i prodotti che subiranno contraccolpi c’è l’elettronica: i computer arrivano da Cina, Taiwan, Vietnam, India e Malesia, colpiti da dazi il cui minimo è al 25%. A giugno il loro costo è aumentato del 5% e ora si prevedono rincari del 19% a breve termine (2-3 anni) e di 7,7 punti nel lungo periodo (3-10 anni).
Gli Stati Uniti acquistano da Cina, Vietnam, Bangladesh, India e Indonesia pure buona parte dei loro abiti. Ebbene, lo Ybl stima che quei prodotti aumenteranno del 37,5% nel breve periodo e del 17,4 nel lungo. Proprio come le scarpe, che arrivano soprattutto da Cina, Vietnam, Indonesia e Italia. Rincari anche per gli orologi da polso, principale prodotto importato dalla tartassata Svizzera, colpita col 39%. Mentre è incerto il destino di quegli alcolici di cui la Ue, che ha stretto un accordo al 15%, è grande fornitore. Bruxelles spera ancora in un’intesa, ma intanto perfino le bottiglie potrebbero aumentare del 10-15%.