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Il Nobel Engle: “Trump abusa del potere, è più isolato e perde consenso”

Robert Engle, premio Nobel per l'economia 2003 

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Intervista all’economista americano, che spiega: “I sondaggi iniziano a essere negativi per Donald. Agisce come un boss e nel Congresso avanzano i primi dubbi tra i suoi”
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ROMA – «Ma come può Trump affermare con tanto di fanfara che i sondaggi sono a suo favore? Affermare con spudoratezza un tale falso? Basta leggere i giornali per rendersi conto che la verità è esattamente l’opposto». Robert Engle, classe 1942, è indignato. Non è solo un economista da Nobel (l’ha vinto nel 2003 quando insegnava alla New York University), ma uno statistico di prestigio tuttora presidente della Society for financial econometrics. Ci invita a compulsare con lui sul web gli indici di gradimento del presidente aggiornati in tempo reale a 194 giorni dall’insediamento. «Guardate qui: l’Economist segna il 40% di approvazione contro il 55% negativo; il New York Times, che pubblica un basket di sondaggi condotti in tutto il Paese, aggiudica il 44% di favorevoli e il 53% di contrari, e così via. Sono carte, documenti comprovati».

ROMA – «Ma come può Trump affermare con tanto di fanfara che i sondaggi sono a suo favore? Affermare con spudoratezza un tale falso? Basta leggere i giornali per rendersi conto che la verità è esattamente l’opposto». Robert Engle, classe 1942, è indignato. Non è solo un economista da Nobel (l’ha vinto nel 2003 quando insegnava alla New York University), ma uno statistico di prestigio tuttora presidente della Society for financial econometrics. Ci invita a compulsare con lui sul web gli indici di gradimento del presidente aggiornati in tempo reale a 194 giorni dall’insediamento. «Guardate qui: l’Economist segna il 40% di approvazione contro il 55% negativo; il New York Times, che pubblica un basket di sondaggi condotti in tutto il Paese, aggiudica il 44% di favorevoli e il 53% di contrari, e così via. Sono carte, documenti comprovati».

Allora, professore, vuol dire che il vento sta girando?

«Sì, con lentezza e cautela, ma l’isolamento del presidente mi sembra crescente. Ci sono mille motivi di risentimento, compresa l’odiosa pratica di ricorrere all’arma dei dazi per qualsiasi pretesto: ricordate quando li minacciò contro la Colombia perché non voleva accettare i deportati? Poi ha accusato l’India perché compra petrolio russo, il Brasile perché processa Bolsonaro, il Canada perché vuole riconoscere la Palestina, in aggiunta alla questione del fentanyl che si è scoperto conta per non più dell’1% di tutto quello che entra negli Usa».

Tutto questo scava un solco fra il presidente e il Paese?

«Non solo a livello di sondaggi. L’altro giorno, proprio mentre Trump firmava l’executive order con i nuovi dazi, si è riunita la US Court of appeals for the Federal circuit. È una delle tredici corti distrettuali del Paese ma è l’unica, con sede a Washington, ad avere competenza non territoriale bensì nazionale per materie. La prima di queste è la politica commerciale. Hanno ascoltato le ragioni degli avvocati della Casa Bianca ma non uno degli undici giudici presenti ha detto una cosa diversa: il presidente non ha il potere di emettere ordini esecutivi sui dazi, a meno di emergenze. Che non ci sono».

Quali conseguenze ci saranno?

«Dovrà esprimersi la Corte suprema, che a dire il vero per ora è stata piuttosto altalenante. Mi preoccupa che non abbia ancora assunto la sua abituale postura dispositiva: questo si può, questo no. Ha scelto una via interlocutoria, ma non perdiamo le speranze. Anche se Trump non crede ad Alexis de Tocqueville e ragiona da boss assoluto, a quel punto non potrà non tenerne conto. A meno di scatenare un nuovo 6 gennaio 2021, il giorno dell’assalto al Congresso».

Come sta reagendo il Congresso?

«Ci sono timidi segnali di “resistenza”. Una commissione della Camera, grazie ai primi repubblicani perplessi, è riuscita ad approvare una mozione che chiede a Trump di fermarsi e di portare in Parlamento la questione dazi, chiedendo una vera e propria legge. Il problema è che il Senato era già chiuso per la pausa estiva e tutto è rimasto sospeso fino a metà settembre».

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