Dazi, la furia cieca di Trump agita gli economisti: “Sta minando la fiducia dei mercati”
di Cenzio Di ZanniROMA – Il punto è uno: la fiducia. E lui, Donald Trump, sta facendo di tutto per sgretolare quella che gli investitori hanno avuto sull’attendibilità degli indicatori economici americani. Nella tempesta dei dazi che sta agitando cancellerie e mercati di tutto il mondo, il rischio che quei dati diventino carta straccia preoccupa (e non poco) gli economisti a ogni latitudine. Almeno secondo l’allarme lanciato dal Financial Times.
A far scattare la sirena degli analisti è stato l’ultimo colpo assestato dalla Casa Bianca: il licenziamento di Erika McEntarfer, commissaria del Bureau of labor statistics, l’ufficio statistico del dipartimento Lavoro. Una decisione a bruciapelo, arrivata poche ore dopo che il rapporto sull'occupazione di luglio aveva scatta…
ROMA – Il punto è uno: la fiducia. E lui, Donald Trump, sta facendo di tutto per sgretolare quella che gli investitori hanno avuto sull’attendibilità degli indicatori economici americani. Nella tempesta dei dazi che sta agitando cancellerie e mercati di tutto il mondo, il rischio che quei dati diventino carta straccia preoccupa (e non poco) gli economisti a ogni latitudine. Almeno secondo l’allarme lanciato dal Financial Times.
A far scattare la sirena degli analisti è stato l’ultimo colpo assestato dalla Casa Bianca: il licenziamento di Erika McEntarfer, commissaria del Bureau of labor statistics, l’ufficio statistico del dipartimento Lavoro. Una decisione a bruciapelo, arrivata poche ore dopo che il rapporto sull'occupazione di luglio aveva scattato un’istantanea sulle assunzioni quasi ferme quest'estate. Con una forte revisione al ribasso della crescita dell'occupazione a maggio e giugno.
Dal megafono della Cnbc, il commander-in-chief ha urlato ai quattro venti che quei numeri erano "completamente manipolati" e che l'agenzia era diventata "altamente politicizzata". Senza fornire uno straccio di prova. Stando agli economisti interpellati dal quotidiano della City, una mossa come questa – senza precedenti – è come una mina alla base della fiducia degli investitori in un'istituzione che compila rapporti sul lavoro e sull'inflazione. Una bussola per la valutazione di migliaia di miliardi di dollari di attività.
"La fiducia nelle istituzioni è il motivo per cui gli Stati Uniti sono stati una destinazione per gli investimenti stranieri. Una di queste istituzioni è l'agenzia statistica del Paese", dice all’Ft Michael Feroli, capo-economista statunitense di JPMorgan. La banca di Wall Street spiega ai propri clienti che mettere alla porta di McEntarfer “presenta rischi per la conduzione della politica monetaria, per la stabilità finanziaria e per le prospettive economiche".
Gli investitori sono sempre più preoccupati per la capacità delle istituzioni statunitensi di resistere alle continue pressioni dell'amministrazione Trump. Lo sa bene il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, arrivato nella plancia di comando della banca centrale americana su iniziativa dello stesso Trump tra 2017 e 2018. La loro luna di miele è finita quando "Jay” Powell è rimasto in sella con l’arrivo del democratico Joe Biden nello Studio Ovale. E la crisi si è incancrenita. Fino alla montagna di fango piovuta addosso al capo della Fed da quando il tycoon è tornato a Washington e ha sposato la dottrina dei dazi cara al mondo Maga.
‘Jay’ Powell è nel mirino della Casa Bianca per un motivo: non vuole assecondare le richieste di Trump, che pretende il taglio dei tassi di interesse. Il banchiere centrale non si schioda dalla sua posizione, perché – è la sua tesi – proprio i dazi imposti dall’amministrazione creano un clima di incertezza e sono il potenziale innesco di una nuova spirale di inflazione. "Il mandato della Fed è la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. Sarebbe difficile sapere se siamo sulla strada giusta senza i dati migliori", chiarisce ancora Feroli. Nel frattempo, gli asset rifugio che offrono un'alternativa agli Stati Uniti registrano un aumento, con i prezzi dell'oro che poche ore fa hanno vissuto la giornata migliore degli ultimi due mesi.
Torniamo al caso McEntarfer. Per il capo-economista della banca olandese Ing, Marieke Blom, l'ultima querelle è "l'ennesimo modo per erodere gradualmente la forza istituzionale degli Stati Uniti". "C'è il rischio che questo abbia un impatto sulle statistiche, quindi come dovremo interpretarle d'ora in poi? Riconquistare la fiducia – ragiona – sarà più difficile che perderla". Ralph Schlosstein, presidente emerito di Evercore, banca d'investimento con base a New York, ritiene che "l'accuratezza e l'integrità dei dati economici statunitensi sono fondamentali per garantire che la politica monetaria e fiscale risponda in modo adeguato a ciò che sta realmente accadendo nell'economia reale". E dunque: "Qualsiasi tentativo di politicizzare tali dati indebolirà la fiducia sia nelle statistiche economiche riportate sia nella politica monetaria e fiscale degli Stati Uniti".
Un ex funzionario del Tesoro come Amar Reganti, oggi stratega obbligazionario per Hartford Funds, sostiene che il licenziamento McEntarfer sia un "rischio strutturale a lungo termine per il mercato mobiliare statunitense". A suo giudizio, questo vale sia per i titoli protetti dall'inflazione, che sono legati all'indice dei prezzi al consumo forniti dagli uffici di McEntarfer, sia per il più ampio mercato dei titoli del Tesoro da 29mila miliardi di dollari. Che secondo Reganti dipende dalla "trasparenza e dalla qualità dei dati statunitensi".
Insomma, gli economisti interpellati dal quotidiano finanziario britannico credono che ci sia una miscela esplosiva intorno ai mercati Usa. Pronta a innescare un botto.