ROMA - Parola d’ordine: produrre in Italia. Quando al mattino riunisce i vertici delle partecipate della difesa a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha le idee chiare su come utilizzare i prestiti di Safe, il programma europeo per il rafforzamento della sicurezza dei Paesi Ue. Sul tavolo ci sono i 15 miliardi chiesti alla Commissione europea, anche se la dote potrebbe asciugarsi quando si arriverà a definire la lista dei progetti.
Affiancata al tavolo dal suo vice Antonio Tajani, insieme al ministro della Difesa Guido Crosetto e a quello dell’Economia Giancarlo Giorgetti, la premier spiega da dove bisogna partire per definire - come spiegano fonti di Palazzo Chigi - “una strategia che identifichi i principali punti sui quali investire”, oltre ad “at…
ROMA - Parola d’ordine: produrre in Italia. Quando al mattino riunisce i vertici delle partecipate della difesa a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha le idee chiare su come utilizzare i prestiti di Safe, il programma europeo per il rafforzamento della sicurezza dei Paesi Ue. Sul tavolo ci sono i 15 miliardi chiesti alla Commissione europea, anche se la dote potrebbe asciugarsi quando si arriverà a definire la lista dei progetti.
Affiancata al tavolo dal suo vice Antonio Tajani, insieme al ministro della Difesa Guido Crosetto e a quello dell’Economia Giancarlo Giorgetti, la premier spiega da dove bisogna partire per definire - come spiegano fonti di Palazzo Chigi - “una strategia che identifichi i principali punti sui quali investire”, oltre ad “attivare più possibile investimenti dual use che consentano di avere un ritorno anche sul piano civile e definire una compatibilità dei nostri investimenti con quelli attivati dai partner europei”.
Il messaggio è rivolto ai partecipanti alla riunione che dovranno presentare i dettagli degli investimenti nei prossimi mesi: gli amministratori delegati di Leonardo e Fincantieri, Roberto Cingolani e Pierroberto Folgiero, oltre a quello di Fs, Stefano Donnarumma. Ci sono anche l’ad di Cdp, Dario Scannapieco, e il numero uno di Invitalia, Bernardo Mattarella.
Il pilastro dello schema è l’investimento in Italia dei fondi Safe. Per il governo ci deve essere un ritorno per l’economia: i prestiti devono attivare un circuito virtuoso. C’è anche un tema di consenso: l’obiettivo è far passare il messaggio che si investe in infrastrutture e non in armi.
In cima alla lista dei progetti ci sono elicotteri e navi. Uno spazio importante sarà destinato alle infrastrutture: nell’elenco potrebbe finire anche il Ponte sullo Stretto. Oggi Meloni presiederà la riunione del Cipess per l’approvazione del progetto definitivo. Ci saranno poi fino a 470 giorni di tempo per quello esecutivo. Ma nel frattempo la fonte di finanziamento potrebbe cambiare: l’idea allo studio è coprire una parte del costo totale (13,5 miliardi) proprio con i prestiti europei.
Il gancio è la natura “dual use” dell’infrastruttura (civile e militare). Il vantaggio per il governo sarebbe importante: un minor aggravio sulle casse pubbliche e meno risorse sottratte al Fondo di sviluppo e coesione.
Alla riunione a Palazzo Chigi si decide anche di istituire un tavolo di coordinamento permanente per monitorare l’avanzamento del lavoro sui progetti. Si parla anche della clausola di salvaguardia nazionale per aumentare la spesa per la difesa nell’ambito di ReArm. La linea del governo è netta: l’Italia non chiederà l’attivazione del meccanismo fino a quando non uscirà dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo o comunque fino a quando, sei mesi prima, non porterà l’asticella del rapporto deficit/Pil sotto il 3%. Potrebbe accadere già in autunno, ma il risultato è legato ai numeri dell’andamento dell’economia che saranno noti solo a fine agosto.