Salvati e puniti dei dazi, così Trump sta riscrivendo le regole dei commerci
di Filippo SantelliGuardando il mappamondo dei dazi, appare sempre più chiaro che l’accordo ottenuto dall’Europa, per quanto asimmetrico e doloroso, sia un meno peggio. La tariffa base del 15% che entrerà in vigore nelle prossime ore è tra le più basse, e la Ue è l’unica per cui si tratta di un tetto massimo, che non si aggiunge alle tasse precedenti ma le assorbe.
Restano però alcuni punti che Washington deve attuare con provvedimenti specifici, come ridurre i dazi su auto e componenti dall’attuale 27,5% al 15%. E poi una serie di incognite. La prima riguarda i nuovi dazi settoriali che a breve la Casa Bianca imporrà su farmaceutica – prima voce di export europeo – e chip: l’intesa dice che neppure quelli supereranno il livello base del 15%, ma per la certezza bisognerà vederlo scritto nero su bianco. La seconda incognita sono le tariffe su acciaio e alluminio, ora al 50%, che secondo Bruxelles dovrebbero essere sostituite da un più generoso sistema a quote. La terza è la lista di esenzioni, cioè dei p…
Guardando il mappamondo dei dazi, appare sempre più chiaro che l’accordo ottenuto dall’Europa, per quanto asimmetrico e doloroso, sia un meno peggio. La tariffa base del 15% che entrerà in vigore nelle prossime ore è tra le più basse, e la Ue è l’unica per cui si tratta di un tetto massimo, che non si aggiunge alle tasse precedenti ma le assorbe.
Restano però alcuni punti che Washington deve attuare con provvedimenti specifici, come ridurre i dazi su auto e componenti dall’attuale 27,5% al 15%. E poi una serie di incognite. La prima riguarda i nuovi dazi settoriali che a breve la Casa Bianca imporrà su farmaceutica – prima voce di export europeo – e chip: l’intesa dice che neppure quelli supereranno il livello base del 15%, ma per la certezza bisognerà vederlo scritto nero su bianco. La seconda incognita sono le tariffe su acciaio e alluminio, ora al 50%, che secondo Bruxelles dovrebbero essere sostituite da un più generoso sistema a quote. La terza è la lista di esenzioni, cioè dei prodotti che entreranno negli Usa senza dazi, ancora oggetto di negoziato. Dovrebbe comprendere gli aerei, i farmaci generici, macchinari molto sofisticati per produrre chip. Ma l’Europa, pressata dai governi, sta cercando di allargarla il più possibile inserendo vino e superalcolici, agroalimentare, dispositivi medici.
Attualmente le tariffe coprono circa il 70% delle sue esportazioni, che nel 2024 sono salite a quota 531 miliardi di euro con un surplus di quasi 200. L’accordo abbassa il livello di incertezza per le imprese Ue, un grosso fardello sulla crescita. Anche se in definitiva la sua tenuta è sempre legata agli umori di Trump, che ha già minacciato di alzare i dazi al 35% se l’Europa non rispetterà i suoi (fantasmagorici) impegni su acquisti e investimenti negli Usa.
Farmaci, oro e orologi: il colpo alla Svizzera
La placida e Svizzera è oggetto di un assalto commerciale: le tariffe al 39% sono quasi il triplo di quelle toccate alla Ue, tra le più alte al mondo. Colpa, se così si può dire, di un surplus di 38 miliardi di dollari, per lo più costituito da oro, farmaceutica, caffè e orologi. Al momento i dazi colpirebbero circa il 60% di questo export, ma presto arriveranno (per tutti) anche le tasse sui medicinali, con cui Trump vuole spingere le multinazionali a produrre sul suolo americano. Incassato questo colpo da un punto Pil, Berna sta provando a riaprire un negoziato, presentando a Trump un’offerta “più attraente”. Conterrà grandi impegni di investimento negli Usa: basteranno?
India al 50%, peggio della Cina
L’India pareva a un passo dal deal. E invece Trump la colpisce per i legami con Mosca, da cui compra gas e petrolio. Prima un 25%, con la richiesta di fermare gli acquisti. Ieri, ricevuto un no, l’aumento al 50%: al momento è più tassata di Pechino, di cui dovrebbe essere il grande contrappeso geopolitico. Nel 2024 Delhi ha esportato negli States beni per 81 miliardi di dollari, per lo più tessile, farmaceutica (non ancora tassata) e chimica, con un surplus di 45. Queste tariffe sarebbero un colpo all’idea di imporsi come base produttiva alternativa alla Cina. Modi non vuole rompere Putin, ma deve offrire a Trump di più.
Canada e Messico, cosa resterà del Nordamerica?
Cosa resterà della grande area di libero scambio nordamericana? Verso i vicini Messico e Canada Trump mostra atteggiamenti diversi, anche legati alle simpatie politiche. Con il Messico, più remissivo, ha esteso di tre mesi la “tregua” che tiene i dazi al 25%. Per il combattivo Canada salgono invece al 35. Entrambi pagano quelli su auto e acciaio, ma resta non tassata un’ampia maggioranza di beni che rientrano nell’accordo commerciale siglato dallo stesso Trump nel 2020. Il suo obiettivo potrebbe essere riscriverlo in termini più favorevoli, le aziende temono che smonti le loro filiere produttive facendo impennare i costi. Il negoziato non è finito.
La vendetta politica contro il Brasile
È tutta politica il super dazio del 50% che Trump ha imposto al Brasile di Lula, “colpevole” di indagare sull’ex presidente e trumpiano di ferro Bolsonaro. Anche perché è uno dei pochi Paesi con cui gli Stati Uniti hanno un surplus commerciale. Il Brasile esporta negli Usa soprattutto prodotti agricoli, energetici e metalli. L’eclatante 50% è ammorbidito da un listone di esenzioni che include metà dei beni, dal succo d’arancia agli aerei, ma restano esposti settori come carne e caffè. Lula ha detto che chiamerà Cina e India per discutere una risposta unitaria dei Paesi Brics ai dazi. Per ora non ha applicato ritorsioni e si è limitato a un simbolico ricorso al Wto.