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Con i dazi di Trump l’oro svizzero non brilla più: stangata da 24 miliardi di dollari sui lingotti

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Nell’ultimo anno le cinque raffinerie che operano nella confederazione hanno esportato negli Stati Uniti per 61,5 miliardi di dollari, destinati al Comex, la più grande borsa mondiale per il metallo giallo. Che intanto tocca nuovi record
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Nella sua incomprensibile elvetofobia, tra i tanti prodotti made in Switzerland gravati dal 39% di dazi, Donald Trump ha inserito anche l’oro, a partire dai lingotti da un kg. Ovvero l’unità più scambiata sul Comex di New York, la più grande borsa mondiale per i futures sull’oro. Tant’è vero che le quotazioni anche questa mattina sono schizzati verso nuovi record. Lo ha riferito al Financial Times Christoph Wild, presidente dell’Associazione svizzera dei fabbricanti e commercianti di metalli preziosi. Per dare un’idea del volume di oro esportato dalla Svizzera, il maggior raffinatore a livello planetario, negli Stati Uniti, negli ultimi 12 mesi gli USA ne hanno acquistato per 61,5 miliardi di dollari. Con i dazi al 39% le 5 raffinerie che operano nella Confederazione, rischiano di lasciare sul terreno 24 miliardi in biglietti verdi.

Nella sua incomprensibile elvetofobia, tra i tanti prodotti made in Switzerland gravati dal 39% di dazi, Donald Trump ha inserito anche l’oro, a partire dai lingotti da un kg. Ovvero l’unità più scambiata sul Comex di New York, la più grande borsa mondiale per i futures sull’oro. Tant’è vero che le quotazioni anche questa mattina sono schizzati verso nuovi record. Lo ha riferito al Financial Times Christoph Wild, presidente dell’Associazione svizzera dei fabbricanti e commercianti di metalli preziosi. Per dare un’idea del volume di oro esportato dalla Svizzera, il maggior raffinatore a livello planetario, negli Stati Uniti, negli ultimi 12 mesi gli USA ne hanno acquistato per 61,5 miliardi di dollari. Con i dazi al 39% le 5 raffinerie che operano nella Confederazione, rischiano di lasciare sul terreno 24 miliardi in biglietti verdi.

Un salasso difficile da sopportare e per evitare il quale le 5 aziende sopracitate hanno passato settimane a cercare di capire, con i loro avvocati, se il loro oro sarebbe stato esente dai dazi trumpiani. Ne è convinto, ad esempio, Christoph Wild, secondo cui – contrariamente a quanto comunicato da presidente Usa – “i metalli preziosi raffinati in Svizzera ed esportati negi Stati Uniti non sono soggetti ai diritti di dogana”. Vallo a spiegare all’imprevedibile The Donald il quale non ha neppure incontrato la Presidente della Confederazione Karin Keller Sutter ed il ministro dell’Economia, Guy Parmelin, protagonisti martedì 5 agosto di un affrettato e un po’ fantozziano “viaggio della speranza” a Washington, ma li ha scaricati al Segretario di Stato, Marco Rubio. Il quale non è andato al di là delle dichiarazioni di cortesia. Keller Sutter e Parmelin, in sostanza, sono tornati a Berna con un pugno di mosche.

Il flop della missione negli Usa

Patetico anche il fatto che il responsabile dell’economia, che non parla inglese, sia stato sorpreso da un fotografo con un foglio in cui comparivano delle frasi di circostanza con cui rivolgersi a Rubio. Giovedì 7 agosto i due reduci da Washington hanno partecipato a una riunione straordinaria del Consiglio Federale (il Governo elvetico), giusto per ribadire che la linea, nei confronti dell’amministrazione Trump, non cambia: si va avanti a trattare e non si adotteranno ritorsioni.

Niente linea dura

Contrariamente alla Spagna, insomma, l’esercito svizzero non intende annullare l’acquisto di 36 caccia F35 dell’americana Lockeed Martin. Costo della commessa, per la Svizzera, 6 miliardi di franchi. Tornando all’oro, si è venuto a sapere venerdì 8 agosto che il 31 luglio, quindi alla vigilia dell’introduzione dei dazi, le autorità doganali statunitensi avevano informato di aver incluso anche il metallo giallo tra i prodotti soggetti alle nuove misure. Gli svizzeri lo hanno saputo dalla stampa.

"Negli Usa solo il 2% del totale”

Dal canto suo Simone Knoblock, direttore operativo di Valcambi, azienda di Chiasso che è la principale raffinatrice di metalli preziosi in Svizzera, ha relativizzato la portata dei dazi del 39%. In un’intervista alla tv pubblica in lingua italiana ha spiegato che, attualmente “l’importazione di oro negli USA dalla Confederazione, si situa intorno al 2% del totale”.

Knoblock ha, però, anche aggiunto che quei dazi al 39% finiranno per privilegiare le raffinerie di altri Paesi. Si intravvede, a questo punto, una sorta di fuga dalla Svizzera e dai suoi dazi elevati. Un elemento inquietante è stato rilevato dagli analisti di Ubs: ”il 90 % delle aziende quotate alla borsa di Zurigo genera un terzo dei propri utili negli Stati Uniti”. Ciò significa che, anche se per quest’anno non ci sarà recessione, l’anno prossimo rischiano di saltare migliaia di posti di lavoro.

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