Colpire chi compra il petrolio russo, la strategia di Trump per ammorbidire Putin
Filippo SantelliROMA – Negli ultimi giorni il prezzo del petrolio non si è mosso. Oscillando tra i 60 e i 65 dollari al barile resta al minimo da quattro anni, sotto i livelli che aveva prima dell’invasione dell’Ucraina. Quotazioni così basse, ha scritto il Wall Street Journal, danno a Trump uno spazio di manovra che il suo predecessore Joe Biden non ha avuto. Lo spazio per provare a strangolare un’economia russa già boccheggiante, alzando la pressione su Vladimir Putin perché accetti un cessate il fuoco. Le minacce a India e Cina, principali clienti di Mosca, vanno in questa direzione: se non cesseranno i loro acquisti di greggio russo verranno punite con dei super dazi. Ma funzioneranno? La stabilità dei prezzi mostra che, almeno per il momento, i mercati le hanno archiviate come uno dei suoi celebri bluff. E con poche speranze di riuscire.
ROMA – Negli ultimi giorni il prezzo del petrolio non si è mosso. Oscillando tra i 60 e i 65 dollari al barile resta al minimo da quattro anni, sotto i livelli che aveva prima dell’invasione dell’Ucraina. Quotazioni così basse, ha scritto il Wall Street Journal, danno a Trump uno spazio di manovra che il suo predecessore Joe Biden non ha avuto. Lo spazio per provare a strangolare un’economia russa già boccheggiante, alzando la pressione su Vladimir Putin perché accetti un cessate il fuoco. Le minacce a India e Cina, principali clienti di Mosca, vanno in questa direzione: se non cesseranno i loro acquisti di greggio russo verranno punite con dei super dazi. Ma funzioneranno? La stabilità dei prezzi mostra che, almeno per il momento, i mercati le hanno archiviate come uno dei suoi celebri bluff. E con poche speranze di riuscire.
Il tetto funziona a metà
Dietro a tante incognite c’è una certezza: le esportazioni di greggio restano la principale linfa vitale di Mosca e della sua economia di guerra. Circa 189 miliardi di dollari incassati nel 2024, che quest’anno secondo le stime del Kse Institute dovrebbero scendere a 163, in deciso calo ma ancora sufficienti ad alimentare la macchina. Questi dati in chiaroscuro sono un effetto diretto del modo in cui i Paesi occidentali hanno orchestrato le sanzioni dopo l’invasione dell’Ucraina, provando a limitare con un tetto al prezzo quanto gli esportatori russi incassano su ogni barile, ma assicurandosi che il loro greggio restasse sul mercato per non creare uno shock nelle forniture globali. Così il petrolio che prima era comprato da Stati Uniti o Europa è stato semplicemente deviato “a sconto” verso altri Paesi: il grande alleato cinese, la Turchia e soprattutto l’India, che fiutando l’affare è passata da acquisti insignificanti a due milioni di barili, un terzo del suo fabbisogno, in parte usandoli in casa e in parte rivendendo i prodotti raffinati allo stesso Occidente.
Minacce a India e Cina
Accontentava tutti, ma non è stato sufficiente a mettere in ginocchio Putin. Ed è il motivo per cui ora Trump minaccia di colpire con “dazi secondari” i Paesi che ancora si riforniscono di greggio russo. L’extra tariffa punitiva del 25% sull’India dovrebbe scattare il 27 agosto, portando il suo totale a un invalicabile 50%. E a seguire potrebbe essere tassata anche la Cina, ha detto ieri il vicepresidente JD Vance, pur riconoscendo che con Pechino la partita è assai più complessa. Forzare Delhi a rinunciare al petrolio russo significherebbe togliere a Putin un mercato non sostituibile e quindi costringerlo a ridurre la produzione, mentre l’economia nazionale è già sull’orlo di una recessione, il deficit di bilancio continua a crescere e l’inflazione è al 21%. Specie se nel frattempo proseguisse anche la stretta sulla flotta di petroliere ombra che Mosca ha usato finora per aggirare le sanzioni.
Lo scetticismo dei mercati
Qui però iniziano le incognite che rendono scettici i mercati e molti osservatori. La prima è la disponibilità di Trump ad accettare le conseguenze di questa mossa, cioè un prezzo del barile che potrebbe risalire sopra gli 80 dollari e, azzarda qualcuno, perfino verso i 100. Se come dice il Wall Street Journal le attuali quotazioni, molto lontane dai picchi del 2022, allargano i suoi margine di manovra, bisogna considerare che l’inflazione per gli americani resta un nervo scoperto e che i dazi torneranno ad infiammarla. La seconda incognita è la disponibilità del presidente indiano Modi a piegarsi alla minaccia, da un lato rischiando di rovinare la sua immagine di leader forte e dall’altro rinunciando a una partita di giro in cui le aziende del Paese hanno guadagnato tantissimo. Il no opposto finora alla richiesta di Trump – ha spiegato Delhi – è tutto dettato dall’ “interesse nazionale”. La terza incognita, per certi aspetti la più indecifrabile, è come Putin reagirebbe a un ulteriore deterioramento dell’economia nazionale, considerato il valore esistenziale che attribuisce all’esito della guerra in Ucraina. Alcuni dicono che prima di tagliare le spese belliche taglierebbe tutto il resto.
La strada europea
Una via diversa è quella che sta provando a seguire l’Europa. Con il suo ultimo pacchetto di sanzioni, approvato a metà luglio, l’Unione ha abbassato da 60 a 47 dollari (dal 3 settembre) il tetto sul prezzo del barile russo e lo ha reso “mobile”, in modo che resti sempre il 15% sotto il valore di mercato. Nelle stime della Commissione questo potrebbe limitare di un ulteriore 30% le entrate di Mosca. La Gran Bretagna ha subito fatto lo stesso, presto seguirà il Canada, il Giappone ha aperto. Ma in un mercato dominato dal dollaro il tetto rischia di essere inefficace senza l’adesione degli Stati Uniti, che finora Trump ha negato rompendo il fronte del G7.
Allergico a ogni foro multilaterale, il presidente americano sta gestendo anche questa partita in chiave bilaterale, legandola ai negoziati sui dazi. Ed è anche per questo che la sua minaccia potrebbe apparire a tanti, ai mercati ma anche a Putin, come un bluff.