✕

Stati Uniti e Cina rinnovano la tregua sui dazi, altri tre mesi per l’accordo

(reuters)

Ascolta l'audio

Possibile una replica dell’intesa di cinque anni fa, con impegni di Pechino ad acquistare più merci americane. Ma ora Pechino si sente più forte
2 minuti di lettura

ROMA – A poche ore dalla scadenza, prevista per oggi, Stati Uniti e Cina prolungano la loro tregua commerciale. Lo ha ufficializzato ieri sera Donald Trump, firmando un ordine esecutivo che dà alle due superpotenze tre mesi in più per trovare un accordo che eviti lo scontro aperto. «Stiamo trattando bene con la Cina», aveva detto poco prima ai giornalisti il presidente. Dopo un’improvvisa escalation, quando Washington ha alzato i dazi fino al 145% e Pechino risposto a tono con un 125%, Trump e Xi hanno orchestrato una distensione che ha riportato le barriere rispettivamente al 30 e al 10%. Sono poi arrivati ulteriori segnali di raffreddamento: la Cina ha riaperto le esportazioni delle terre rare, gli Stati Uniti ritirato il bando sulle vendite di chip per l’Intelligenza artificiale, pur decidendo di tassarle - mossa inedita - al 15%.

ROMA – A poche ore dalla scadenza, prevista per oggi, Stati Uniti e Cina prolungano la loro tregua commerciale. Lo ha ufficializzato ieri sera Donald Trump, firmando un ordine esecutivo che dà alle due superpotenze tre mesi in più per trovare un accordo che eviti lo scontro aperto. «Stiamo trattando bene con la Cina», aveva detto poco prima ai giornalisti il presidente. Dopo un’improvvisa escalation, quando Washington ha alzato i dazi fino al 145% e Pechino risposto a tono con un 125%, Trump e Xi hanno orchestrato una distensione che ha riportato le barriere rispettivamente al 30 e al 10%. Sono poi arrivati ulteriori segnali di raffreddamento: la Cina ha riaperto le esportazioni delle terre rare, gli Stati Uniti ritirato il bando sulle vendite di chip per l’Intelligenza artificiale, pur decidendo di tassarle - mossa inedita - al 15%.

Novanta giorni in più

Darsi novanta giorni in più per arrivare a un’intesa è nel reciproco interesse. L’alternativa, il ritorno a quei dazi invalicabili, avrebbe provocato un improvviso e doloroso divorzio economico tra due economie intrecciate, entrambe alle prese con i loro problemi. I più ottimisti indicano il vertice Apec del 31 ottobre, in Corea del Sud, come il perfetto campo neutro per un “deal” tra Trump e Xi. Anche con i tempi supplementari però la strada per arrivarci resta difficile, i punti di contrasto molti e strutturali. Da cui la domanda: che tipo di accordo sarebbe?

La strada verso l’accordo

Pare difficile che il leader cinese accetti un’intesa informale, non scritta, come quelle concordata da Trump con Europa e Giappone. E non potrebbe certo digerire un trattamento troppo asimmetrico, in cui gli Stati Uniti tassino le merci cinesi senza essere tassati, perché significherebbe “perdere la faccia”. Più possibile che Washington e Pechino congelino le tariffe vicino al livello attuale, gestendo il loro divorzio economico in modo progressivo. E magari siglino un’intesa simile a quella del Trump 1.0, quando la Cina si impegnò ad aumentare di 200 miliardi gli acquisti di merci americane. Ieri il presidente ha detto che Pechino dovrebbe quadruplicare le importazioni di soia, avvalorando questa ipotesi. Ma omettendo di ricordare che i vecchi impegni, quelli che strappò cinque anni fa, sono stati disattesi. Anzi: il surplus cinese ha continuato a crescere.

Le richieste di Xi

La priorità di Trump sembra essere un accordo con Xi da rivendere agli elettori. E per arrivarci pare considerare ogni questione negoziabile, anche quelle più strategiche. Non è un caso che stia minacciando l’India con dazi punitivi per gli acquisti di petrolio russo, ma non abbia fatto lo stesso con la Cina. Dalla sua, Pechino sente di aver respinto il primo assalto tariffario, ha trovato nelle terre rare una leva negoziale potente ed è convinta di poter reggere un braccio di ferro prolungato meglio di una democrazia. Per questo ora chiede di più, a cominciare da un’ulteriore retromarcia sulle restrizioni ai chip: non si accontenta di quelli meno potenti, vuole l’ultima generazione dei gioielli Nvidia. «Non vorrei fare un accordo su questo, anche se è possibile», ha detto Trump.

Leggi i commenti