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L’economista Messori: “La Ue è in ritardo, non riesce a integrarsi. Ora servono gli eurobond”

Marcello Messori 

 

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Intervista all’economista e docente all’Istituto universitario europeo di Firenze, per il quale “tutti i nodi di Bruxelles stanno venendo al pettine”
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ROMA – In queste ore viviamo un sovrapporsi di avvenimenti più che mai cruciale: il vertice Usa-Russia, la conferma della stagnazione economica in Europa, il redde rationem sull’importanza politica del nostro continente, i rapporti con Trump». Marcello Messori ha diretto per dieci anni la Scuola di economia politica europea della Luiss e ora insegna all’Istituto universitario europeo di Firenze. «È come se nelle ore che precedono un summit così importante vi sia una resa dei conti sull’importanza geopolitica del nostro continente. Una serie di nodi, tutti collegati, sta venendo al pettine».

Ci aiuta a capire perché sono collegati e poi a dipanarli, questi nodi, cominciando dal problema a noi più vicino del blocco alla crescita certificato da…

ROMA – In queste ore viviamo un sovrapporsi di avvenimenti più che mai cruciale: il vertice Usa-Russia, la conferma della stagnazione economica in Europa, il redde rationem sull’importanza politica del nostro continente, i rapporti con Trump». Marcello Messori ha diretto per dieci anni la Scuola di economia politica europea della Luiss e ora insegna all’Istituto universitario europeo di Firenze. «È come se nelle ore che precedono un summit così importante vi sia una resa dei conti sull’importanza geopolitica del nostro continente. Una serie di nodi, tutti collegati, sta venendo al pettine».

Ci aiuta a capire perché sono collegati e poi a dipanarli, questi nodi, cominciando dal problema a noi più vicino del blocco alla crescita certificato da Eurostat?

«Non stupisce che il Pil europeo sia aumentato solo dello 0,2% e addirittura dello 0,1% nell’area euro. In tutto il mondo la crescita rallenta a causa della disordinata variabile introdotta da Trump, quei dazi che riportano l’economia agli anni ’30 con le frontiere chiuse, l’interazione fra Paesi ridotta a conflitti bilaterali, l’apertura internazionale frustrata. Allora andò a finire con la Grande depressione e poi la guerra. Senza evocazioni troppo fosche, l’Ue dovrebbe rispondere alla scarsa crescita con una miglior integrazione e il rafforzamento del mercato interno».

Finanziamenti per progetti comuni avrebbero l’effetto di abbassare i costi dei fondi destinati a welfare, sanità, scuola?

«Purché siano progetti davvero europei, innovativi e solidaristici, inseriti in un quadro permanente di certezze e prevedibilità. Gli eurobond emessi per il NextGenEU valgono meno della media perché non c’è la certezza che altri seguiranno. Eppure, in questo momento di sbandamento e generale incertezza, il mondo avrebbe bisogno di un “safe asset” quale potrebbero diventare i titoli europei, supportati da una Commissione forte in una Ue coesa. La forza economica è condizione per la forza politica».

Però alla vigilia del summit, Trump è sembrato attribuire un minimo di importanza all’Europa: come se, sentendosi per una volta debole rispetto a Putin, voglia la Ue al suo fianco. È così?

«Né Trump né Putin sono affidabili, stiamo a vedere l’esito dell’incontro. Data l’assenza dell’Ucraina e della Ue, è essenziale che al tavolo non si discuta di concessioni territoriali: se si affrontasse questo tema, si umilierebbe l’aggredita Ucraina e si metterebbe a rischio la sicurezza europea. Verrebbero meno i già risicati margini di interlocuzione con l’amministrazione Usa».

A quel punto per l’Europa, persa la possibilità di aiutare a far finire la guerra, cosa resterà da fare almeno dal punto di vista economico?

«Dopo aver subito l’imposizione di dazi abnormi e aver avallato irrealizzabili impegni di investimenti privati e acquisti dagli Usa, l’Unione europea dovrebbe reagire puntando sull’integrazione del mercato interno e la ricostruzione di rapporti multilaterali con il resto del mondo che non includa gli Usa».

Da dove cominciare?

«Dobbiamo recuperare i ritardi nell’innovazione, ridurre ma non indebolire la regolamentazio-ne, rafforzare lo stato sociale. Peraltro, non è provato che la regolamentazio-ne della Ue sia eccessiva, anche se talvolta è ridondante e inefficace. Quanto alla ricostruzione del multilateralismo si deve allontanare lo spettro di quei rapporti bilaterali di potere che Trump sta imponendo e che rappresentano una minaccia per la sostenibilità globale e per la democrazia. La Ue deve rifiutare un mondo solo conflittuale».

È una prospettiva realistica?

«Purtroppo è propedeutica una maggior integrazione, ma le istituzioni e i governi dell’Ue non sembrano orientati in questa direzione: è la radice dell’incapaci-tà europea

di rispondere a Trump».

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