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Il governo americano vuole una fetta di Intel: “Trattativa per il 10%”

L'amministratore delegato di Intel Lip-Bu Tan (reuters)

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Indiscrezione di Bloomberg: la quota lo renderebbe il primo azionista della società dei chip in crisi
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ROMA – Il governo americano potrebbe diventare il primo azionista di Intel, il gigante dei americano dei chip oggi in crisi, con una quota vicina al 10%. Sarebbe questa – secondo indiscrezioni riportate da Bloomberg – la cifra su cui la Casa Bianca e la società starebbero discutendo, dopo il recente incontro tra l’amministratore delegato Lip-Bu Tan e Donald Trump. Non si tratterebbe in realtà di un nuovo investimento, quanto di una conversione in forma di partecipazione azionaria di una parte o di tutti i finanziamenti federali che Intel doveva già ricevere grazie al Chips Act, il pacchetto stanziato da Biden a supporto dell’industria americana dei microprocessori. La somma destinata alla società, 10,9 miliardi di dollari, corrisponde a circa il 10% del suo capitale, agli attuali valori di Borsa poco superiore ai 100 miliardi.

ROMA – Il governo americano potrebbe diventare il primo azionista di Intel, il gigante dei americano dei chip oggi in crisi, con una quota vicina al 10%. Sarebbe questa – secondo indiscrezioni riportate da Bloomberg – la cifra su cui la Casa Bianca e la società starebbero discutendo, dopo il recente incontro tra l’amministratore delegato Lip-Bu Tan e Donald Trump. Non si tratterebbe in realtà di un nuovo investimento, quanto di una conversione in forma di partecipazione azionaria di una parte o di tutti i finanziamenti federali che Intel doveva già ricevere grazie al Chips Act, il pacchetto stanziato da Biden a supporto dell’industria americana dei microprocessori. La somma destinata alla società, 10,9 miliardi di dollari, corrisponde a circa il 10% del suo capitale, agli attuali valori di Borsa poco superiore ai 100 miliardi.

La chiamavano Chipzilla

Da tempo Intel, un tempo conosciuta come “Chipzilla”, sta attraversando una crisi strutturale, avendo perso sia il treno dei processori per smartphone sia quello più recente e ancora più dorato dei chip per data center e Intelligenza artificiale. Rispetto ai concorrenti “fabless”, cioè che si limitano a progettare i chip affidandone la produzione a terzi, ha deciso di dotarsi delle proprie fonderie che però non riescono a competere con i campioni taiwanesi del settore. Dopo le dimissioni di Pat Gelsinger, ideatore di questa strategia, lo scorso marzo la guida dell’azienda è stata affidata a Lip-Bu Tan. Donald Trump ha prima attaccato il nuovo manager, accusandolo di essere compromesso con la Cina per dei precedenti investimenti, salvo poi incontrarlo con grande cordialità: dopo il faccia a faccia è emersa l’ipotesi di un investimento del governo nell’azienda.

Il titolo della società ha reagito positivamente a questa notizia, anche perché i finanziamenti del Chips Act vengono sborsati solo nel corso del tempo e al raggiungimento di determinati obiettivi di produzione da parte delle società. Al momento Intel ne ha ricevuti circa 2 miliardi di dollari, non è chiaro se verrebbero inclusi o meno nella partecipazione. Le discussioni, avvertono le fonti sentite da Bloomberg, sono ancora in corso e una decisione definitiva sull’investimento non è stata ancora presa dall’amministrazione.

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