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Le mani di Softbank e Trump su Intel, dai giapponesi 2 miliardi per il rilancio

Il capo di Softbank Masayoshi Son ha appena investito in Intel (reuters)

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L’ingresso nel capitale del governo Usa potrebbe essere l’ultimo treno per Chipzilla, che festeggia in Borsa. L’operazione che può cambiare faccia al capitalismo americano
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ROMA – È l’ultimo treno per Intel? Dall’epoca gloriosa dei computer, quando era soprannominato Chipzilla, il colosso americano dei chip li ha persi tutti. Prima quello degli smartphone, poi quello – dorato – dell’Intelligenza artificiale. Oggi vale 44 volte meno di Nvidia, l’azienda più grande del mondo, incapace di avvicinare le prestazioni dei suoi formidabili chip. Mentre il tentativo di sfidare la taiwanese Tsmc sul suo terreno, la produzione per conto terzi, si sta rivelando un costosissimo buco nell’acqua che l’ha portata al primo rosso di bilancio dal 1986. Lip-Bu Tan, il veterano dell’industria a cui a marzo è stata affidata la missione impossibile del risanamento, ha poche opzioni. Se non salire sul treno di Donald Trump e di un’operazione di soccorso che ha poco a che vedere con l’ortodossia del capitalismo americano, e molto di più con il nuovo capitalismo MAGA: bene che gli stranieri vengano a produrre chip negli States, meglio se li produce una società americana, meglio a…

ROMA – È l’ultimo treno per Intel? Dall’epoca gloriosa dei computer, quando era soprannominato Chipzilla, il colosso americano dei chip li ha persi tutti. Prima quello degli smartphone, poi quello – dorato – dell’Intelligenza artificiale. Oggi vale 44 volte meno di Nvidia, l’azienda più grande del mondo, incapace di avvicinare le prestazioni dei suoi formidabili chip. Mentre il tentativo di sfidare la taiwanese Tsmc sul suo terreno, la produzione per conto terzi, si sta rivelando un costosissimo buco nell’acqua che l’ha portata al primo rosso di bilancio dal 1986. Lip-Bu Tan, il veterano dell’industria a cui a marzo è stata affidata la missione impossibile del risanamento, ha poche opzioni. Se non salire sul treno di Donald Trump e di un’operazione di soccorso che ha poco a che vedere con l’ortodossia del capitalismo americano, e molto di più con il nuovo capitalismo MAGA: bene che gli stranieri vengano a produrre chip negli States, meglio se li produce una società americana, meglio ancora se la controlliamo noi.

Il piano di Trump

Di queste fabbriche, il sogno del predecessore Gelsinger rivelatosi incubo, Tan stava meditando di disfarsene per riportare Intel al business della pura progettazione. Ed è forse questa idea sgradita – molto più dei suoi passati investimenti in startup cinesi – che ha portato Trump a chiederne la testa. Il manager è volato alla Casa Bianca riuscendo a fargli cambiare idea (la sua è «una storia meravigliosa», ha detto poi Trump) ed è lì che ha preso forma il piano, cioè l’ingresso del governo americano nel capitale della società. Non proprio risorse fresche, visto che sarebbero gli stessi 10 miliardi che spettavano a Intel con i vecchi incentivi di Biden. Ma uno scenario tutto diverso, in cui gli Stati Uniti diventerebbero il primo azionista con una quota attorno al 10%.

Anche Softbank è della partita

Nulla è stato ancora deciso. Ma ieri il segretario al Tesoro Bessent ha confermato che si tratterebbe di un’operazione «per aiutare a stabilizzare società e produzione negli Stati Uniti». Nel frattempo si è saputo che nella partita entrerà anche un investitore a Trump gradito, cioè il giapponese Masayoshi Son, capo della gigantesca holding di investimenti Softbank. Son sta puntando miliardi su tutta la filiera dell’Intelligenza artificiale, è primo azionista della società dei chip Arm, ha partecipazioni sia in Nvidia che in OpenAI e insieme a Sam Altman ha svelato di fronte a Trump il progetto Stargate, un mega data center da 500 miliardi di dollari. Fiutando un nuovo affare, e l’opportunità di guadagnare altri crediti politici, ha comprato 2 miliardi di dollari di azioni di Intel. Soprattutto, avrebbe discusso con Tan l’acquisizione o altra forma di alleanza negli stabilimenti produttivi.

Un socio scomodo

Ieri in Borsa Intel ha fatto un balzo del 4%, estendendo i guadagni degli ultimi mesi: per invertire il declino è necessaria un’azione fuori dagli schemi. La questione è fino a che punto un ingresso in società del governo, con le sue priorità strategiche, possa davvero aiutarla. Al di là degli investimenti, necessari, la società deve risolvere due problemi industriali enormi: sviluppare prodotti competitivi e trovare clienti per le sue fonderie di chip. Bessent ha spiegato che il governo non farà pressione su altre aziende perché si appoggino a Intel, mossa che sarebbe stata degna del capitalismo di Stato cinese. Resta però da capire come il socio pubblico interpreterà il suo ruolo, ed è lecito ipotizzare che Trump non si asterrà dal dire la sua. Per Tan un treno assai scomodo su cui viaggiare.

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