ROMA – Il no all’esenzione dai dazi dei vini «colpisce direttamente e in modo pesante i Paesi mediterranei», sottolinea Marco Caprai, amministratore delegato dell’azienda vitivinicola “Arnaldo Caprai” di Montefalco, in Umbria. Ecco perché l’Italia, la Francia e la Spagna «dovranno farsi sentire con voce più forte a Bruxelles», per imprimere una direzione diversa a «questi famosi accordi presi dalla presidente von der Leyen, che nessuno ha ancora visto», e che i produttori italiani si augurano non siano definitivi. «Siamo dentro questa nuova sfida», afferma l’imprenditore, che un anno fa è stato insignito dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella del titolo di Ufficiale all’Ordine del Merito della Repubblica per aver offerto «lavoro nella sua azienda a persone immigrate». Oltre 200 richiedenti asilo infatti lavorano o hanno lavorato nell’azienda vinicola, specializzata nella produzione del Sagrantino.
ROMA – Il no all’esenzione dai dazi dei vini «colpisce direttamente e in modo pesante i Paesi mediterranei», sottolinea Marco Caprai, amministratore delegato dell’azienda vitivinicola “Arnaldo Caprai” di Montefalco, in Umbria. Ecco perché l’Italia, la Francia e la Spagna «dovranno farsi sentire con voce più forte a Bruxelles», per imprimere una direzione diversa a «questi famosi accordi presi dalla presidente von der Leyen, che nessuno ha ancora visto», e che i produttori italiani si augurano non siano definitivi. «Siamo dentro questa nuova sfida», afferma l’imprenditore, che un anno fa è stato insignito dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella del titolo di Ufficiale all’Ordine del Merito della Repubblica per aver offerto «lavoro nella sua azienda a persone immigrate». Oltre 200 richiedenti asilo infatti lavorano o hanno lavorato nell’azienda vinicola, specializzata nella produzione del Sagrantino.
Se i dazi dovessero rimanere al 15% anche sui vini quali sarebbero le conseguenze per l’export italiano?
«Sarebbe un danno enorme, che l’amministrazione americana fa a un Paese alleato come l’Italia, ma anche al proprio settore di vendita e importazione del vino. Molti consumatori americani potrebbero decidere di optare per altre bevande, qualcuno lo ha già fatto».
C’è già un calo delle vendite?
«È proprio arrivata ieri la notizia di un calo generalizzato del consumo di vini italiani intorno all’8% nei primi sette mesi di quest’anno. Noi esportiamo vini per il valore di 8 miliardi di euro: un quarto finisce negli Stati Uniti. Dove, oltre ai dazi, vige già la regola “delle tre parti”: si pagano cioè tre tasse d’importazione, una federale, una statale e una locale, per cui quello che in Italia costa uno negli Usa, già senza dazi, arriva a sei».
Non ci sono mercati alternativi?
«L’Asia è un grande sogno, ma i risultati restano al di sotto delle aspettative: ci si scontra con culture gastronomiche millenarie, ci vorranno due secoli perché il cibo e il vino italiani entrino nelle abitudini dei cinesi, per adesso quello italiano per loro è un mangiare etnico. Meglio puntare ai Paesi dell’Est, che conoscono bene e amano l’Italia, dal cibo ai vestiti alla cultura, o anche all’Africa, dove ci sono già Paesi con livelli di consumo che tendono ad avvicinarsi a quelli occidentali. Ma non possiamo e non dobbiamo diminuire il nostro impegno per la promozione del vino italiano negli Stati Uniti».
La trattativa è condotta dalla Commissione Ue, ma c’è qualcosa che il nostro governo dovrebbe fare per il vino italiano?
«Al di là del rapporto personale che può esserci tra Trump e la Meloni, la questione principale è quella che i dazi colpiscono direttamente e in modo pesante in particolare i Paesi mediterranei. E quindi i governi di Italia, Francia e Spagna dovranno farsi sentire con voce più forte a Bruxelles».