ROMA – Un risultato immediato della dichiarazione congiunta sui dazi tra Unione europea e Stati Uniti Donald Trump l’ha ottenuto: mettere d’accordo i produttori di vino europei (italiani e francesi in testa) e gli importatori statunitensi. Le tariffe al 15% sul settore sono un colpo di mannaia, Bruxelles ha promesso che continuerà a negoziare per trovare un’esenzione sul settore ma per ora l’agroalimentare dovrà pagare dazio.
I distributori statunitensi si vedranno fatturare i dogana prezzi più alti per sbloccare le bottiglie in arrivo dalla Toscana, dal Piemonte o dal Veneto (ma anche da Bordeaux, Borgogna e Champagne). E dovranno decidere se ridurre gli ordini – che è quello che temono le aziende europee –, ridurre i propri margini o alzare il prezzo dell’etichetta – …
ROMA – Un risultato immediato della dichiarazione congiunta sui dazi tra Unione europea e Stati Uniti Donald Trump l’ha ottenuto: mettere d’accordo i produttori di vino europei (italiani e francesi in testa) e gli importatori statunitensi. Le tariffe al 15% sul settore sono un colpo di mannaia, Bruxelles ha promesso che continuerà a negoziare per trovare un’esenzione sul settore ma per ora l’agroalimentare dovrà pagare dazio.
I distributori statunitensi si vedranno fatturare i dogana prezzi più alti per sbloccare le bottiglie in arrivo dalla Toscana, dal Piemonte o dal Veneto (ma anche da Bordeaux, Borgogna e Champagne). E dovranno decidere se ridurre gli ordini – che è quello che temono le aziende europee –, ridurre i propri margini o alzare il prezzo dell’etichetta – prevedendo poi una riduzione delle vendite.
Dazi sul vino: l’effetto già visibile negli Usa (colpa anche del dollaro)
Per i negozi americani significa un aumento dei prezzi, non solo sui vini provenienti da piccoli produttori europei, ma anche su quelli provenienti dal Sudafrica o dall'Argentina, colpiti da altre sovrattasse, dal 10% al 30%. "Tutti stanno rivedendo i prezzi", commenta Michael Warner, proprietario di una enoteca di Washington, che dice di aver già osservato aumenti dal 10% al 15% da parte dei suoi fornitori dal mese di giugno.
Nel suo negozio, oltre l'80% dei vini è importato, per due terzi dall'Europa, e sebbene molti importatori abbiano fatto scorta prima dell'entrata in vigore dei dazi imposti da Donald Trump, le scorte si stanno esaurendo. Tra il calo del dollaro e i dazi doganali, Warner stima che molti importatori "vedranno un aumento del 20% dei loro costi. E vedremo i prezzi aumentare, sicuramente nei prossimi mesi e per le festività di fine anno".
Il meccanismo filtro: così gli Usa quintuplicano i guadagni sul vino europeo
Come ripreso dall’agenzia di stampa Gea da media locali, per il presidente dell'Alleanza americana per il commercio del vino, Ben Aneff, il Paese beneficia "in modo molto significativo della vendita di vini provenienti dall'Europa". La causa è un sistema particolare che impone ai produttori stranieri di passare attraverso un importatore americano, che si occupa di vendere i loro prodotti ai grossisti, che riforniscono i dettaglianti, prima di arrivare al consumatore finale. Ciò conferisce un ruolo essenziale alle aziende americane nella catena di approvvigionamento.
"Per ogni dollaro che spendiamo per il vino europeo, ne guadagniamo 4,52", precisa Aneff, il che rappresenta, secondo i suoi calcoli, "circa 24 miliardi di dollari" guadagnati dagli importatori sui 5,3 miliardi di dollari di vino acquistati ogni anno dai produttori europei. Un'attività che sostiene centinaia di migliaia di posti di lavoro nell'importazione e nella distribuzione, senza contare le decine di migliaia di piccoli commercianti specializzati, che a loro volta vendono ai consumatori e ai ristoranti. "Non abbiamo alcuna garanzia riguardo a una potenziale esenzione, ma sappiamo che è qualcosa che il governo sta prendendo seriamente in considerazione", assicura Aneff.
C’è poi un altro altro importatore di vino, Harry Root di Grassroots Wine, che pone l’accento sui dazi già imposti al sistema vitivinicolo. “Quest’anno ho già pagato 100mila dollari in tariffe doganali – spiega – l'anno scorso abbiamo guadagnato meno di 400 mila dollari, quindi questo equivale già a una tassa del 25% sulla nostra attività”. "Questo limita fortemente la nostra capacità di sostenere i produttori americani", insiste Root, che, pur non avendo dovuto licenziare nessuno per il momento, sta ritardando la sostituzione dei dipendenti che hanno lasciato l'azienda, il contrario dell'ambizione di espansione dichiarata all'inizio dell'anno.