Mediobanca tra politica e mercato
di Walter Galbiati“Se è caduto l’Impero romano, perché non dovrebbe cadere Mediobanca?». Mai come oggi, dopo l’assemblea che ha segnato la fine dell’Ops su Banca Generali, appare possibile la profezia di Cuccia con la quale sdrammatizzava gli attacchi del potere politico al suo fortino.
La prima perdita di Nagel
La scorsa settimana i soci dell’istituto guidato da Alberto Nagel hanno affossato l’operazione che, nei disegni di Mediobanca, doveva sventare l’assalto del Monte dei Paschi: creare un leader del wealth management, cedendo il vero obiettivo della scalata – il 13% di Generali – in cambio di Banca Generali. Tutti i grandi soci, da Caltagirone a Delfin, da Benetton a Unicredit fino ai fondi vicini a Intesa, Banco Bpm e Crédit Agricole hanno detto no, votando contro o astenendosi. E per la prima volta dal 2019, ovvero da quando Del Vecchio ha mosso le sue prime critiche alla gestione di Mediobanca, Nagel ha perso in assemblea.
L’errore strategico è stato lasciare assottigliare fino al 7,8% il patt…
“Se è caduto l’Impero romano, perché non dovrebbe cadere Mediobanca?». Mai come oggi, dopo l’assemblea che ha segnato la fine dell’Ops su Banca Generali, appare possibile la profezia di Cuccia con la quale sdrammatizzava gli attacchi del potere politico al suo fortino.
La prima perdita di Nagel
La scorsa settimana i soci dell’istituto guidato da Alberto Nagel hanno affossato l’operazione che, nei disegni di Mediobanca, doveva sventare l’assalto del Monte dei Paschi: creare un leader del wealth management, cedendo il vero obiettivo della scalata – il 13% di Generali – in cambio di Banca Generali. Tutti i grandi soci, da Caltagirone a Delfin, da Benetton a Unicredit fino ai fondi vicini a Intesa, Banco Bpm e Crédit Agricole hanno detto no, votando contro o astenendosi. E per la prima volta dal 2019, ovvero da quando Del Vecchio ha mosso le sue prime critiche alla gestione di Mediobanca, Nagel ha perso in assemblea.
L’errore strategico è stato lasciare assottigliare fino al 7,8% il patto di sindacato che ha controllato per anni l’istituto fondato da Raffaele Mattioli e che ai tempi di Enrico Cuccia coalizzava più del 50% del capitale: nonostante l’appoggio dei fondi internazionali, non è stato in grado di reggere l’assalto. E nessuna grande istituzione finanziaria del Paese si è schierata in difesa di Mediobanca, che ha pensato di poter sconfiggere da sola l’ingerenza della politica. Sbagliandosi. Da qui all’8 settembre Nagel cercherà una nuova carta. Una strada più che in salita. Un cavaliere bianco straniero è escluso perché il governo è giocatore e arbitro allo stesso tempo: è azionista della banca senese e può dettare le regole, attivando il golden power già usato contro Unicredit. Restano aperte le autorizzazioni delle autorità di vigilanza, che fino ad ora però non l’hanno aiutato. E resta l’incognita dell’inchiesta milanese sul collocamento della quota di Monte dei Paschi e il presunto “concerto” degli scalatori.
Mps azionista di riferimento
A settembre, in ogni caso, Mps raggiungerà la soglia minima del 35% di Mediobanca e diventerà l’azionista di riferimento. Il primo esito del cambio di controllo avverrà già a novembre con l’assemblea di bilancio, perché in quell’occasione si procederà al rinnovo del management, qualora non si fosse già dimesso alla chiusura dell’Ops. Il secondo riguarda Generali. Monte dei Paschi è pronta a chiedere la rimozione di almeno un paio di consiglieri, Clemente Rebecchini e Lorenzo Pelliccioli, considerati troppo vicini alla vecchia Mediobanca. E a lasciar gestire la transizione a Donnet. Purché metta in soffitta l’aggregazione con Natixis.
Con un board ritenuto più equilibrato dai nuovi soci si potrebbe arrivare fino all’assemblea di bilancio del prossimo anno, quando potranno decidere se nominare un nuovo amministratore delegato, sancendo così il passaggio di mano del più grande gestore di risparmio italiano, intorno al quale costruire il terzo polo finanziario del Paese. E gradito alla politica.