Perché Nvidia non convince del tutto la Borsa nonostante i conti record
di Raffaele RicciardiMILANO – Far crescere l’utile netto del 59 per cento e promettere agli investitori un buyback da 60 miliardi può al giorno d’oggi non bastare per convincere il mercato. E’ la storia di Nvidia, il colosso Usa dei chip che mercoledì sera ha pubblicato i suoi conti andando incontro a una reazione negativa di Wall Street, con il titolo intorno al -3% durante gli scambi che si svolgono a contrattazioni ufficiali terminate.
Questione di prospettiva: aspettative elevate
Che a queste società siano sempre richiesti i fuochi d’artificio, lo si intende bene dal tono dei report degli analisti del giorno dopo. Deutsche Bank scrive, ad esempio, che “l'azienda ha registrato un modesto aumento dei ricavi trimestrali (46,7 miliardi di dollari contro i 46,2 miliardi di dollari previsti), con una guidance (ovvero gli obiettivi finanziari, ndr) per il trimestre in corso (si chiude a ottobre, ndr) ampiamente in linea con le aspettative (54 miliardi di dollari contro i 53,5 miliardi di dollari previsti)”…
MILANO – Far crescere l’utile netto del 59 per cento e promettere agli investitori un buyback da 60 miliardi può al giorno d’oggi non bastare per convincere il mercato. E’ la storia di Nvidia, il colosso Usa dei chip che mercoledì sera ha pubblicato i suoi conti andando incontro a una reazione negativa di Wall Street, con il titolo intorno al -3% durante gli scambi che si svolgono a contrattazioni ufficiali terminate.
Questione di prospettiva: aspettative elevate
Che a queste società siano sempre richiesti i fuochi d’artificio, lo si intende bene dal tono dei report degli analisti del giorno dopo. Deutsche Bank scrive, ad esempio, che “l'azienda ha registrato un modesto aumento dei ricavi trimestrali (46,7 miliardi di dollari contro i 46,2 miliardi di dollari previsti), con una guidance (ovvero gli obiettivi finanziari, ndr) per il trimestre in corso (si chiude a ottobre, ndr) ampiamente in linea con le aspettative (54 miliardi di dollari contro i 53,5 miliardi di dollari previsti)”. Si concede che il dato “rappresenta comunque un aumento delle vendite di oltre il 50% rispetto a un anno prima”, e non è che succeda proprio tutti i giorni di mettere in fila simili risultati, ma è altresì “una chiara decelerazione rispetto ai numeri di crescita degli ultimi anni, quando la crescita delle vendite su base annua aveva raggiunto picchi superiori al 200 per cento”.
La delusione del mercato, dunque, sembra innanzitutto un classico problema di punti di vista. “Anche i risultati record non sono sufficienti se non riescono a superare l'asticella molto alta fissata dai mercati”, scrive Ahmad Assiri, strategist di Pepperstone, nella sua nota odierna. “Nvidia oggi è come un jet supersonico che ha raggiunto la stratosfera: anche riducendo la spinta, viaggia più veloce di qualsiasi altro aereo. Ma a quelle altitudini ogni turbolenza sembra instabilità”, aggiunge Gabrele Debach, analista di eToro. “È un caso da manuale di disequilibrio tra percezione e realtà”.
“Nvidia rimane al centro della narrativa sugli investimenti nell'IA, ma il posizionamento è ora più complesso”, rimarca Assiri considerando che solo da inizio anno le azioni sono salite del 35%, e sono addirittura raddoppiate dai minimi toccati ad aprile in scia alla guerra commerciale.
I dubbi sulla grande corsa dell’IA
Insomma, se prima tutti salivano sul carro dell’IA senza alcun tentennamento, ora che le valutazioni sono arrivate a livelli così elevati tra gli investitori c’è qualche prudenza in più. Lo ha ben dimostrato, d’altra parte, la correzione tra i titoli tecnologici innescata la scorsa settimana da uno studio del Mit secondo il quale il 95% degli investimenti delle aziende in IA non dà risultati apprezzabili. E, calcola Ubs, i piani di spesa in conto capitale per l'intelligenza artificiale impegnati da Meta, Alphabet, Amazon e Microsoft da soli superano la spesa in conto capitale di tutte le utility e società energetiche quotate negli Stati Uniti e in Europa messi insieme.
Il ragionamento è che, se i progetti non portano soldi alle aziende, la corsa ai datacenter rallenterà. Dubbio alimentato dall’andamento dei ricavi di Nvidia proprio nella divisione dei chip per le fabbriche di dati, che pesa per la stragrande maggioranza delle vendite del colosso: con 41,1 miliardi di dollari ha leggermente deluso le stime. Nvidia, durante la presentazione dei risultati, ha però escluso l’idea che l’interesse per lo sviluppo dell’infrastruttura tecnologica a supporto dell’IA stia scemando. Anzi, il ceo Jensen Huang continua a vedere “immense opportunità” alla luce di spese infrastrutturali di Big Tech che stima fra i 3 e i 4mila miliardi da qui alla fine del decennio, il 70% delle quali può esser intercettato da Nvidia.
Il peso della geopolitica nelle strategie dell’azienda
A queste considerazioni, se ne aggiunge una “geopolitica”. Nvidia opera su una faglia di scontro tra Usa e Cina, che giocano molto della loro guerra commerciale sul fronte tecnologico. Ad aprile Trump aveva chiuso il mercato di Pechino ai chip H20 dell’azienda di Huang, mentre Xi spingeva perché la filiera domestica si liberasse dai fornitori americani. Poi ad agosto è arrivata la retromarcia della Casa Bianca, con la ripresa delle esportazioni in cambio della retrocessione del 15% delle vendite generate in Cina (stessa intesa raggiunta con Amd). Con la politica così presente in campo – e non è certo un solo caso, basta pensare all’ingresso federale in Intel con il 10% – è difficile per gli analisti stimare con precisione come si potranno muovere gli affari di Nvidia in Cina.
Non a caso per ora il management della società americana non include le previsioni di vendite a Pechino nelle sue stime finanziarie. Come per tanti altri aspetti doganali, manca ancora chiarezza sull’accordo con il governo per spedire i propri chip, che potrebbero valere già 2-5 miliardi di vendite se si superasse l’impasse. Questa incertezza “sottolinea come la geopolitica stia ridisegnando l'ambiente operativo delle più importanti aziende tecnologiche del mondo, ricordando agli investitori che la storia di crescita esplosiva dell'IA è sempre più soggetta alla supervisione dei governi e alle restrizioni commerciali”, chiosa Pepperstone.