ROMA – Stretta alle pensioni per una parte dei dipendenti pubblici. Per effetto del nuovo “limite ordinamentale”, cioè dell’età che rende possibile andare in pensione di vecchiaia con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne, che passa da 65 a 67 anni, da quest’anno alcune categorie di dipendenti pubblici subiranno una forte riduzione delle aliquote di rendimento della parte retributiva dei contributi già versati. Una penalizzazione che, calcola la Cgil, si traduce in una decurtazione della pensione futura che va da un minimo di 927 euro, per gli stipendi più bassi e i dipendenti meno anziani, fino a 14.415 euro per le retribuzioni più alte (a meno che non si decida di rimanere al lavoro più a lungo, fino a raggiungere i pieni requisiti della pensione di vecchiaia). «Un attacco senza precedenti contro lavoratrici e lavoratori pubblici», denuncia la Cgil, mentre la Uil Fpl parla di «misura ingiusta e discriminatoria».
ROMA – Stretta alle pensioni per una parte dei dipendenti pubblici. Per effetto del nuovo “limite ordinamentale”, cioè dell’età che rende possibile andare in pensione di vecchiaia con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne, che passa da 65 a 67 anni, da quest’anno alcune categorie di dipendenti pubblici subiranno una forte riduzione delle aliquote di rendimento della parte retributiva dei contributi già versati. Una penalizzazione che, calcola la Cgil, si traduce in una decurtazione della pensione futura che va da un minimo di 927 euro, per gli stipendi più bassi e i dipendenti meno anziani, fino a 14.415 euro per le retribuzioni più alte (a meno che non si decida di rimanere al lavoro più a lungo, fino a raggiungere i pieni requisiti della pensione di vecchiaia). «Un attacco senza precedenti contro lavoratrici e lavoratori pubblici», denuncia la Cgil, mentre la Uil Fpl parla di «misura ingiusta e discriminatoria».
Il caso è esploso dopo la pubblicazione di una circolare dell’Inps che chiarisce il collegamento tra l’aumento dell’età e le aliquote di rendimento. Dal momento che da quest’anno andare in pensione dopo i 65 ma prima dei 67 anni si traduce in uscita anticipata, viene calcolata un’aliquota di rendimento per la parte retributiva pari al 2,5% per ogni anno di anzianità contributiva (che si sostituisce a quella, ben più vantaggiosa, che andava dal 24,45% al 37,5%).
La novità riguarda gli iscritti alle casse Cpdel (dipendenti degli enti locali), Cps (dipendenti del settore sanitario, e in particolare infermieri, operatori socio-sanitari e amministrativi di aziende sanitarie pubbliche), Cpi (insegnanti di scuole primarie paritarie e asili comunali) e Cpug (ufficiali giudiziari, aiutanti ufficiali giudiziari e coadiutori) che al 31 dicembre 1995 avevano maturato meno di 15 anni di contributi. Si tratta di casse che facevano capo all’Inpdap, e che sono poi confluite nell’Inps.
La decurtazione era in vigore dal 2024, ma finora non si applicava a chi, avendo i pieni requisiti, andava in pensione a 65 anni. Adesso invece sì. «Si tratta di una misura retroattiva, che interviene sull’importo delle pensioni future in violazione dei principi di certezza del diritto e con profili di incostituzionalità», denuncia la Cgil. Adesso, rileva la Uil Fpl, «per non ricadere nella penalizzazione si deve rimanere in servizio fino a 3 anni dopo la maturazione del requisito pensionistico».
Ma la Cgil fa previsioni anche più negative: «Il rischio concreto è che chi ha iniziato a lavorare presto debba restare al lavoro fino a 48/49 anni di contributi per evitare il taglio alla pensione». I “risparmi” per il sistema pubblico del nuovo sistema di rivalutazione delle aliquote potrebbero arrivare a 33 miliardi da qui al 2043, calcola la Cgil, tenendo conto che i lavoratori colpiti saranno oltre 730 mila.
A un sistema già penalizzante, conseguenza delle norme stabilite dalle leggi di Bilancio, si aggiungono alcune criticità della circolare Inps, aggiunge la Cgil, dai «tagli anche in alcuni casi di cumulo contributivo» al mancato riconoscimento delle deroghe «per chi accede alla pensione di vecchiaia non in costanza di rapporto di lavoro pubblico».
Una penalizzazione che si aggiunge a quella, già pesante, del Tfr, ricorda la segretaria della Uil Fpl Rita Longobardi: «Nonostante la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il differimento del Tfr/Tfs, i dipendenti pubblici attendono ancora in media dai 2 ai 7 anni per ricevere il proprio salario differito. È inaccettabile continuare a scaricare i costi delle riforme sulle loro spalle».