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Wescott: “Trump piega la democrazia con cavilli e ordini esecutivi sui dazi”

Robert Wescott 

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Intervista all’economista di punta nell’amministrazione Clinton: “Una sfida inaccettabile contro la Costituzione. Può perdere l’appoggio del Congresso”
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«STIAMO vivendo la surreale battaglia di un presidente contro lo stato di diritto del suo stesso Paese. Dai dazi all’immigrazione, Trump ha messo al lavoro il suo manipolo di consiglieri più fidati perché trovino qualsiasi escamotage, nel dedalo delle leggi, che consenta di sottrarsi all’esame del Congresso. Questa è una sfida inaccettabile contro la Costituzione e contro la democrazia». Robert Wescott, economista di punta nell’amministrazione Clinton dopo esperienze al Fondo Monetario (dove era responsabile per il World Economic Outlook), condusse il Paese ad un ruolo d’avanguardia nella globalizzazione. Oggi, dice, «amareggia vedere con quanta facilità si liquida quello spirito e si lavora con tanto livore in senso opposto». È l’inizio del Labor day weekend, Wescott ha «27 ospiti da gestire» nella sua casa di Washington, e va al cuore del problema.

È sicuro che l’ultima parola spetterà alla Corte Suprema?
«É inevitabile, lo vogliono entrambi i fronti. La giustizia americana, come q…

«STIAMO vivendo la surreale battaglia di un presidente contro lo stato di diritto del suo stesso Paese. Dai dazi all’immigrazione, Trump ha messo al lavoro il suo manipolo di consiglieri più fidati perché trovino qualsiasi escamotage, nel dedalo delle leggi, che consenta di sottrarsi all’esame del Congresso. Questa è una sfida inaccettabile contro la Costituzione e contro la democrazia». Robert Wescott, economista di punta nell’amministrazione Clinton dopo esperienze al Fondo Monetario (dove era responsabile per il World Economic Outlook), condusse il Paese ad un ruolo d’avanguardia nella globalizzazione. Oggi, dice, «amareggia vedere con quanta facilità si liquida quello spirito e si lavora con tanto livore in senso opposto». È l’inizio del Labor day weekend, Wescott ha «27 ospiti da gestire» nella sua casa di Washington, e va al cuore del problema.

È sicuro che l’ultima parola spetterà alla Corte Suprema?
«É inevitabile, lo vogliono entrambi i fronti. La giustizia americana, come quella di altri Paesi, ha tre passaggi: due sono stati esperiti a sfavore di Trump, il terzo è la Corte. L’incertezza è sui tempi: la Corte d’Appello, nel confermare in secondo grado quanto deciso in primo, ha prorogato i dazi fino al 14 ottobre. Teoricamente ci sarebbero i tempi, ma ci sono pochi precedenti in cui la Corte Suprema ha deciso in così poco tempo su una materia così rilevante. Tipicamente prende dai sei agli otto mesi per convocare l’udienza finale, quindi se ne parlerà nella prossima primavera avanzata quasi a ridosso delle elezioni di midterm».

E nel frattempo?
«I dazi, così come gli executive order arbitrari con cui Trump ha rimodellato le norme sui migranti, dovrebbero restare al loro posto. Qualsiasi presidente si sentirebbe in imbarazzo nel sapere che pende sulle sue decisioni un’incognita di tale portata. Per fortuna qualcosa si sta muovendo sia nell’opinione pubblica che nella classe politica».

Gli ultimi sondaggi abbattono al 35% il gradimento delle decisioni del presidente. Un margine del quale il Congresso, così facilmente bypassato, non può non tener conto

A cosa si riferisce?
«Agli ultimi sondaggi che abbattono al 35% il gradimento delle decisioni di Trump. Un margine del quale il Congresso, così facilmente bypassato, non può non tener conto. Oltre a sentirsi vilipeso dalle tante usurpazioni di Trump, a partire dallo “stato di emergenza” che giustifica l’applicazione della legge del 1977 senza parere parlamentare, solo che qui emergenze non ce ne sono».

Trump parla anche di altre leggi...
«A volte ricorre a una normativa del 1974 che consente di mettere dazi fino al 15% per un massimo di 150 giorni, e se non basta a una terza legge del 1972, che però presuppone un’analisi per comportamento anticoncorrenziale settore per settore da parte del dipartimento del Commercio che richiede almeno sei mesi. Tutto questo dovrebbe avvenire sotto il controllo del Congresso: Trump se la cava con un tratto di penna».

Non serve una migrazione di massa, bastano pochi parlamentari perché gli equilibri cambino. E a sostenere la Casa Bianca rimangono i Maga duri e puri

Ma è sicuro che una volta interpellato, il Congresso non si pronuncerà a favore di Trump?
«Qui alla Keybridge (il think-tank politico che Wescott presiede, ndr) abbiamo 35 analisti superpreparati nessuno dei quali ha dubbi: la tanto conclamata maggioranza di Trump comincia a sfaldarsi. Non serve una migrazione di massa, bastano pochi parlamentari perché gli equilibri cambino. E a sostenere Trump sono rimasti solo i Maga duri e puri: tanti, certo, ma non più dominanti. Diversi senatori repubblicani pro-business si rendono conto che per l’economia Usa i dazi, malgrado gli effimeri margini di redditività, non sono un affare. Altrettanto per la politica sui migranti, che rischia di lasciare scoperti molti posti di lavoro essenziali. Altro che rilancio degli investimenti americani».

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