LONDRA – La sterlina scende, il costo del debito aumenta e nemmeno il governo laburista si sente tanto bene. Come se non bastassero le proteste contro gli “hotel per migranti”, che gli hanno rovinato le vacanze, appena rientrato a Londra il primo ministro Keir Starmer si è trovato alle prese con un’economia sempre più in difficoltà. La moneta nazionale ha chiuso ieri in discesa, perdendo l’1,5 per cento sul dollaro, il calo giornaliero più grande da aprile, e lo 0,7 per cento sull’euro. Il costo dei prestiti a lungo termine ha raggiunto i livelli più alti dal 1998: e sono anche i più alti fra i Paesi del G7.
Due tendenze preoccupanti per il budget che la ministra del Tesoro Rachel Reeves si appresta ad annunciare in autunno, riducendo i suoi s…
LONDRA – La sterlina scende, il costo del debito aumenta e nemmeno il governo laburista si sente tanto bene. Come se non bastassero le proteste contro gli “hotel per migranti”, che gli hanno rovinato le vacanze, appena rientrato a Londra il primo ministro Keir Starmer si è trovato alle prese con un’economia sempre più in difficoltà. La moneta nazionale ha chiuso ieri in discesa, perdendo l’1,5 per cento sul dollaro, il calo giornaliero più grande da aprile, e lo 0,7 per cento sull’euro. Il costo dei prestiti a lungo termine ha raggiunto i livelli più alti dal 1998: e sono anche i più alti fra i Paesi del G7.
Due tendenze preoccupanti per il budget che la ministra del Tesoro Rachel Reeves si appresta ad annunciare in autunno, riducendo i suoi spazi di manovra. Il peggio è che gli sviluppi negativi non sono conseguenza di fattori concreti, come nuovi dati sull’anemica crescita del Pil o sul rialzo dell’inflazione: gli analisti della City li attribuiscono a un generale clima di sfiducia in Downing Street.
Lunedì il premier ha cercato di rilanciarsi con un rimpasto della sua squadra, centrato in particolare su due figure. La prima è un nuovo consigliere economico di prestigio: Minouche Shafik, ex-vicedirettrice del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, ex-vicegovernatrice della Banca d’Inghilterra ed ex-presidente della Columbia University di New York (incarico quest’ultimo da cui si è dovuta dimettere nel braccio di ferro con Donald Trump sulle proteste studentesche per Gaza degli scorsi mesi).
La seconda è un nuovo direttore delle comunicazioni: Tim Allan, ex-vice portavoce di Blair (quando il suo capo era Alastair Campbell, padre di tutti gli spin doctor), poi alla testa della propria agenzia di pubbliche relazioni con la quale ha lavorato perfino per Vladimir Putin (organizzandogli la conferenza di San Pietroburgo del 2006, a cui andarono Prodi, Merkel, Chirac, all’epoca in cui il presidente russo sembrava ancora un possibile partner per l’Occidente) e per il Qatar (contribuendo a fargli ottenere i Mondiali di calcio del 2022). Ma ridare un messaggio positivo a Starmer potrebbe essere più difficile.
Le emergenze immediate sono due: l’immigrazione clandestina e l’economia. Sulla prima, il leader del Labour ha promesso di chiudere “prima del previsto” gli hotel in cui alloggiano più di 30 mila migranti clandestini, fonte di disagio per la popolazione dei quartieri in cui si trovano gli alberghi: ma la scadenza prevista era l’estate 2029 e probabilmente non basterà anticiparla soltanto di un anno o due. Sulla seconda, vale il lapidario giudizio di Lionel Barber, ex-direttore del Financial Times, in un editoriale sul medesimo giornale: «La ministra del Tesoro Reeves ha sbagliato tutto. Il tempo a sua disposizione per dimostrare che è all’altezza del compito sta per scadere».
Fra i nomi che circolano per rimpiazzarla c’è proprio Minouche Shafik, la neoconsigliera economica di Downing Street. Ma i tabloid di destra fanno circolare anche i nomi di potenziali sostituti di Starmer, se un voto di sfiducia dei suoi stessi deputati lo costringerà a dimettersi; mentre i populisti di Reform, il partito filotrumpiano di Nigel Farage, volano nei sondaggi.
Il calo della sterlina, insomma, è la fotografia della crisi che attanaglia uno dei pochi governi di sinistra europei, appena un anno dopo avere trionfato alle urne.