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Si spengono le mille luci di Las Vegas

LAS VEGAS, NEVADA

 

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Sin City è in difficoltà. Colpa della recessione vicina, dei dazi di Trump e di un modello di business che oggi fatica a restare in piedi
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Las Vegas sta morendo? Come insegnava Mark Twain, è sempre imprudente annunciare la prematura dipartita degli altri, però la “città del peccato” vive in serio allarme, perché i turisti calano e le sue strade sempre brillanti si stanno svuotando. Il problema è che la crisi sembra nascere dalla convergenza di due o tre fattori tanto diversi quanto potenzialmente letali: l’impopolarità degli Stati Uniti a guida Trump, che si stanno facendo malvolere da mezzo mondo; la sensazione che tra dazi e altre incertezze economico-geopolitiche ci sia poco da celebrare, se non proprio il rischio di una recessione dietro l’angolo o il ritorno dell’inflazione; il mutamento radicale del modello di business che si sta lasciando alle spalle la classe media, per puntare invece soprattutto sulla clientela che può spendere di più, ma se può farlo magari preferisce andare in luoghi più sofisticati.

I numeri della crisi

Per capire meglio di cosa stiamo parlando, partiamo dai numeri. Nel maggio del 2025 l’Harr…

Las Vegas sta morendo? Come insegnava Mark Twain, è sempre imprudente annunciare la prematura dipartita degli altri, però la “città del peccato” vive in serio allarme, perché i turisti calano e le sue strade sempre brillanti si stanno svuotando. Il problema è che la crisi sembra nascere dalla convergenza di due o tre fattori tanto diversi quanto potenzialmente letali: l’impopolarità degli Stati Uniti a guida Trump, che si stanno facendo malvolere da mezzo mondo; la sensazione che tra dazi e altre incertezze economico-geopolitiche ci sia poco da celebrare, se non proprio il rischio di una recessione dietro l’angolo o il ritorno dell’inflazione; il mutamento radicale del modello di business che si sta lasciando alle spalle la classe media, per puntare invece soprattutto sulla clientela che può spendere di più, ma se può farlo magari preferisce andare in luoghi più sofisticati.

I numeri della crisi

Per capire meglio di cosa stiamo parlando, partiamo dai numeri. Nel maggio del 2025 l’Harry Reid International Airport ha visto passare meno di 5 milioni di passeggeri, con un calo del 3,9% dallo stesso mese dell’anno precedente. Il crollo è stato verticale dal paese più vicino agli Usa, e anche più maltrattato con i dazi, se uno considera che i visitatori atterrati con i voli di Air Canada sono diminuiti del 21,7%, ossia più di un quinto. Peggio ancora è andata per WestJet, che ha perso il 34,6% dei suoi affari, mentre Spirit è scivolata del 42,4%, anche per problemi suoi gestionali.

la fotografia dei visitatori

Il turismo è la prima attività di Las Vegas, che nel 2024 aveva ospitato 41,6 milioni di visitatori, generando quasi 100 miliardi di dollari in ricavi. Non è più così, perché ora solo l’85,3% delle camere d’albergo è stato occupato a maggio, con un calo mensile del 3,2%. Secondo la Convention and Visitors Authority, il crollo delle presenze a giugno è stato dell’11,3%.

Diminuendo la domanda, sono scesi anche i prezzi, con il costo medio di una stanza caduto a 198,2 dollari per notte a maggio, e poi ancora a 163,64 a giugno. Non ci vuole un genio dell’ospitalità per capire che gli alberghi sono mezzi vuoti, perciò abbassano le pretese per cercare di attirare clienti. Magari così i resort più grandi sopravvivono, ma quelli più piccoli rischiano il fallimento. Come il casinò Poker Palace, che secondo il Daily Mail a luglio ha informato i 126 dipendenti che 29 di loro sarebbero stati licenziati entro il 30 settembre, ma nonostante questo il mese dopo ha dovuto comunque chiudere. Ovviamente sono calate anche le mance, di cui vivono molti dipendenti di “Sin City”. Secondo il New York Post il tracollo è arrivato al 50%, e immaginatevi voi come stareste, se da un mese all’altro vi dimezzassero lo stipendio.

turismo in calo per “sin city”

Inquadrata senza ombra di dubbio la crisi, il problema diventa studiarne le cause, per cercare di porvi rimedio. Ossia capire se Las Vegas ha ancora un futuro, magari diverso dal presente, oppure ha imboccato il viale del tramonto senza via d’uscita. Una ragione del crollo è comune a tutta l’industria del turismo americano e risiede nell’impopolarità di Trump. Lui dice che l’America sta tornando grande e non è mai stata così ambita, ma secondo altri non è mai stata così odiata. A partire dagli ex cugini canadesi, che preferiscono andarsi a congelare nel Mar Artico, pur di non portare un dollaro oltre il confine. I dazi, e non solo, stanno alienando la popolazione mondiale. Magari i governi si inginocchiano, come ha fatto l’Unione Europea, per evitare guai peggiori. Ma lo fanno con risentimento, non con ammirazione, pronti a farla pagare alla prima occasione. Così, nel loro piccolo, i turisti lanciano un segnale sulla fine del soft power americano, disertando un paese che un tempo amavano, ma oggi non riconoscono più, se non lo disprezzano apertamente.

Non più fuga a Las Vegas

Questa crisi potrebbe essere passeggera, se dopo Trump l’America tornasse sui propri passi, ma è difficile prevedere quanto a lungo dureranno i danni provocati. E poi va aggiunta la preoccupazione per l’andamento dell’economia e il rischio che i dazi imposti dal presidente a mezzo mondo riaccendano l’inflazione. Ciò sta spingendo anche molti americani a riconsiderare le loro priorità, e così la fuga a Las Vegas non è più in cima alla lista dei desideri.

Un altro elemento fondamentale è il cambiamento del modello di business, che invece potrebbe essere di lungo termine e quindi avere effetti negativi più duraturi. Sin City ha fatto la propria fortuna puntando sulla classe media. Era la scappatella che tutti potevano permettersi, per quanto brillanti fossero le sue illusioni. Ora invece gli imprenditori vogliono invertire la rotta, cercando e viziando i clienti che possono spendere di più. Il lusso tira ovunque, grazie ai super ricchi del famigerato 1% più privilegiato: perché questa formula non dovrebbe funzionare anche nel deserto del Nevada? Così i resort vengono ristrutturati o ricostruiti, per andare incontro alle esigenze del pubblico più abbiente. Ovviamente i prezzi salgono, portando le stanze, i ristoranti o gli spettacoli fuori dalla portata della classe media. Così i clienti che avevano fatto la fortuna di Las Vegas, puntando sulla quantità, spariscono, ma nel frattempo quelli che dovrebbero farla rinascere scommettendo sulla qualità tardano a palesarsi. I primi non vengono più, o non vengono più come un tempo, perché non se lo possono permettere. Epperò i secondi, se hanno davvero così tanti soldi da spendere, magari vogliono investirli in sogni più sofisticati. Sin City non ha questa reputazione e cambiarla nel giro di pochi mesi, o anni, non è tanto facile, qualunque sia l’investimento nel lusso fatto dagli imprenditori dei casinò e dell’ospitalità. A maggior ragione visto che si tratta della sublimazione del privilegio, in teoria aborrito dagli Usa populisti di Trump.

Il detto tra gli americani è “What happens in Vegas, stays in Vegas”, ossia qui puoi fare quello che ti pare, perché ciò che accade nella città del peccato resta quaggiù e non ti segue nella tua vita quotidiana. Il contrario però non sembra essere vero per quanto sta accadendo negli Stati Uniti, che non resta fuori da Las Vegas e minaccia di spegnerne il sogno.

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