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Sfida tra Lvmh, Essilux e L’Oréal. Arnault in pole: “Giorgio Armani era un genio”

Giorgio Armani 

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I possibili compratori scelti da Armani, che ha anche imposto tempi serrati. La Fondazione vigilerà sul rispetto dei principi fondanti
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MILANO – Il 14 marzo Giorgio Armani detta e fa scrivere al computer un lungo testamento per disporre del futuro dell’azienda che porta il suo nome e che dà lavoro a 8.700 persone. Nel testo pubblicato ieri, che elenca con precisione l’evoluzione del gruppo dei prossimi 10 anni, Armani sottolinea un’unica riga: «Cedere in via prioritaria a un gruppo tra Lvmh, Gruppo EssilorLuxottica, Gruppo L’Oréal».

La cessione del 15% della sua azienda dovrà avvenire tassativamente tra il 9 settembre 2026 e il 9 marzo 2027, Armani, che è stato corteggiato per anni da tutte le griffe, menziona per prima Lvmh, perché, secondo fonti vicine allo stilista, «conosceva da anni» il colosso fondato da Bernard Arnault, e «li riteneva bravi». Stima corrisposta dal patron di Lvmh Bernard Arnault.

«Sono un grande ammiratore del suo talento – ha detto ieri il fondatore di Lvmh – Giorgio Armani, che ho avuto la gioia di conoscere personalmente, era un vero genio; l’unico grande couturier, insieme a Christian Dior,…

MILANO – Il 14 marzo Giorgio Armani detta e fa scrivere al computer un lungo testamento per disporre del futuro dell’azienda che porta il suo nome e che dà lavoro a 8.700 persone. Nel testo pubblicato ieri, che elenca con precisione l’evoluzione del gruppo dei prossimi 10 anni, Armani sottolinea un’unica riga: «Cedere in via prioritaria a un gruppo tra Lvmh, Gruppo EssilorLuxottica, Gruppo L’Oréal».

La cessione del 15% della sua azienda dovrà avvenire tassativamente tra il 9 settembre 2026 e il 9 marzo 2027, Armani, che è stato corteggiato per anni da tutte le griffe, menziona per prima Lvmh, perché, secondo fonti vicine allo stilista, «conosceva da anni» il colosso fondato da Bernard Arnault, e «li riteneva bravi». Stima corrisposta dal patron di Lvmh Bernard Arnault.

«Sono un grande ammiratore del suo talento – ha detto ieri il fondatore di Lvmh – Giorgio Armani, che ho avuto la gioia di conoscere personalmente, era un vero genio; l’unico grande couturier, insieme a Christian Dior, ad aver costruito e guidato un marchio mondiale sia sul piano dello stile che su quello industriale». Anche EssilorLuxottica ha risposto dichiarandosi «orgogliosa» di essere stata scelta tra i papabili compratori, stesso discorso per L’Oreal che ha detto di essere «colpita e onorata».

Un rapporto storico

Tuttavia, essendo il più grande polo del lusso, Lvmh sarebbe il potenziale compratore con le maggiori risorse economiche, ma anche commerciali e di stile, per garantire un futuro luminoso alla Giorgio Armani spa. Tuttavia Armani non esclude neppure che Essilux, con cui c’è un rapporto storico per le licenze degli occhiali che risale al 1998, e uno altrettanto annoso con L’Oreal per profumi e trucchi, possano essere interessate al 15% dell’azienda.

Armani non esclude neppure la possibilità di cedere ad altre società, individuate dalla Fondazione con l’accordo di Leo Dell’Orco, braccio destro e storico compagno di una vita, di vendere a un gruppo della moda «di pari standing». Dell’Orco è sempre stato al fianco di Armani, e in qualche modo anche in azienda è il garante della continuità.

L’imprenditore ha infatti diviso il capitale dell’azienda tra Dell’Orco; la sorella Rosanna; i tre nipoti Andrea Camerana, Silvana Armani che nel gruppo si occupa dello stile della donna, Roberta Armani che segue i rapporti con le celebrities. Ma sarà la Fondazione a gestirà il processo avendo il 10% del capitale direttamente e il restante 90% in nuda proprietà.

L’usufrutto

Le decisioni di natura straordinaria (fino alla vendita del primo 15%) devono però essere approvate dal 75% dei diritti di voto, il che significa che la Fondazione, Dell’Orco e almeno uno dei parenti, devono essere d’accordo. L’usufrutto delle azioni non è poi trasmissibile «inter vivos», se uno degli eredi dovesse mancare, la Fondazione rileverà la piena proprietà delle azioni. Meglio vendere presto quindi (anche perché nel 2035 l’usufrutto decadrà).

Di fatto le strade tracciate da Armani sono due: o cedere entro 3-5 anni a chi ha comprato il primo 15% una quota compresa tra il 30 e il 54,9% del capitale, in modo che il futuro compratore arrivi al 69,9%; oppure quotare l’azienda in Borsa tra 5-8 anni. Qualunque sia la via scelta, la Fondazione avrà almeno il 30,1% del capitale e dei diritti di voto, per garantire che lo stile, dell’etica, della disciplina finanziaria nella gestione della griffe restino intatti.

In proposito, lo stilista elenca nove «Principi fondanti» a difesa del nome Armani, su cui la Fondazione vigilerà. Per questo il cda della Fondazione sarà cruciale per tutte le decisioni future. Nel consiglio, dove siedono oltre a Dell’Orco e al banchiere di Rothschild Irving Bellotti, entreranno Camerana, il notaio Elena Terrenghi e un altro professionista di fiducia. Nel cda della Fondazione si vota a maggioranza, ma Dell’Orco (e in sua mancanza Camerana e/o Silvana Armani) avrà un ruolo determinate nella scelta se vendere tutto al partner, o avviare l’iter per l’Ipo.

Un passaggio graduale

La Fondazione dovrà poi scegliere l’amministratore delegato dell’azienda; a Dell’Orco toccherà invece la scelta del presidente, per assicurare anche i mesi che passeranno da qui alla vendita del primo 15%. Lo stilista affina i dettagli per un passaggio, che lui ha definito «graduale», del controllo in altre mani, garantendo un presidio eterno alla Fondazione, che sarà il garante dell’integrità del marchio come fa dal 1945 la Fondazione Hans Wilsdorf sugli orologi Rolex.

Ritenendo che dopo di lui, per motivi anagrafici o di importanza del ruolo, nessuno dei suoi più vicini congiunti sia in grado di assicurare all’azienda il futuro che si merita, Re Giorgio preferisce che il nome Armani finisca in mano al gruppo considerato migliore da Fondazione e eredi, sapendo che questa impedirà a qualunque compratore di snaturarne il dna.

Resta l’amarezza che, con tre potenziali compratori che sono tutte società francesi (anche se in Essilux batte un cuore produttivo italiano, con un azionariato blindato dalla Delfin degli eredi Del Vecchio), anche la Giorgio Armani Spa pare proiettata a passare sotto il controllo di un colosso estero, come è già successo a Bottega Veneta, Bulgari, Gucci, Loro Piana, Pomellato e altri.

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