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Bonifiche in ritardo tempi lunghi e pochi fondi

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Dieci miliardi investiti nel recupero dei siti dismessi creerebbero 200mila posti di lavoro. L’esempio di Francia e Usa
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Il recupero dei siti industriali dismessi può diventare un’occasione di rilancio produttivo e di crescita dell’occupazione. In un momento in cui le attività tradizionali rischiano di segnare il passo sotto il peso delle tariffe doganali, il risanamento di vecchie aree produttive, discariche abbandonate, falde acquifere e terreni contaminati rappresenta non soltanto un’opportunità di reindustrializzazione, ma anche la strada obbligata per ridurre il consumo di suolo e favorire la rigenerazione urbana. Quando si parla di bonifiche ambientali, infatti, ci si riferisce ad una superficie complessiva che costituisce circa il 6 per mille del territorio nazionale, ossia 170mila ettari a terra e 78mila ettari a mare. I siti nazionali, attualmente 42 secondo la classificazione effettuata dal ministero dell’Ambiente secondo i criteri fissati nel Testo unico del 2006, si trovano in tutto il territorio. La concentrazione è maggiore nelle zone industrializzate e nelle regioni del nord e del centro.…

Il recupero dei siti industriali dismessi può diventare un’occasione di rilancio produttivo e di crescita dell’occupazione. In un momento in cui le attività tradizionali rischiano di segnare il passo sotto il peso delle tariffe doganali, il risanamento di vecchie aree produttive, discariche abbandonate, falde acquifere e terreni contaminati rappresenta non soltanto un’opportunità di reindustrializzazione, ma anche la strada obbligata per ridurre il consumo di suolo e favorire la rigenerazione urbana. Quando si parla di bonifiche ambientali, infatti, ci si riferisce ad una superficie complessiva che costituisce circa il 6 per mille del territorio nazionale, ossia 170mila ettari a terra e 78mila ettari a mare. I siti nazionali, attualmente 42 secondo la classificazione effettuata dal ministero dell’Ambiente secondo i criteri fissati nel Testo unico del 2006, si trovano in tutto il territorio. La concentrazione è maggiore nelle zone industrializzate e nelle regioni del nord e del centro. Si va – per citare alcuni esempi - da Casale Monferrato a Porto Marghera; da Piombino all’area industriale di Civitavecchia; da Bagnoli all’ex Ilva di Taranto, fino ai siti del Sulcis Iglesiente, in Sardegna. A questi si aggiungono le aree di interesse regionale, complessivamente 38.556, delle quali 16.365 con procedimento in corso e 22.191 con iter concluso.

Uno studio della Cgil

Un’analisi della situazione e delle possibili prospettive è contenuta nello studio Dalla ricostruzione ambientale a nuove prospettive industriali, effettuato dalla Cgil. Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), in Italia il costo complessivo delle bonifiche è di 30 miliardi, di cui 10 riguardano i siti di interesse nazionale. Attualmente ogni anno vengono stanziati soltanto 3 miliardi. Oltre che sulle risorse previste nel bilancio statale ripartite fra le Regioni e gli enti locali in base alle necessità delle singole aree, è possibile contare sul Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), sui Fondi di coesione e sul programma europeo Life. Quest’ultimo finanzia progetti ambientali specifici, comprese le bonifiche, con una dotazione di 5,4 milardi per il periodo 2021-2027.

Tempi lunghi

Il rapporto della Cgil evidenzia che, nonostante con i fondi del Pnrr si sia tentato di incentivare i progetti di rigenerazione urbana, in Italia le bonifiche procedono a rilento. Negli ultimi anni i dati mostrano un interesse crescente verso progetti di riqualificazione di cosiddetti terreni brownfield, ma resta ancora molto da fare. La quota di investimenti in operazioni recupero, infatti, è più bassa rispetto agli interventi su aree vergini. Fra il 2021 e il 2023 i nuovi progetti edilizi che hanno coinvolto aree già urbanizzate sono stati il 40% a fronte del 60% che si è concentrato su aree verdi o non sviluppate (le cosiddette greenfield). «Sono necessarie maggiori risorse - spiega Pino Gesmundo, componente della segretaria nazionale Cgil - Bisognerebbe anche incentivare partenerhip pubblico-private per liberare finanziamenti aggiuntivi e stimolare l’innovazione tecnologica. Da questo punto di vista, si potrebbero prevedere agevolazioni fiscali per le aziende che investono in tecnologie di bonifica».

I ritardi italiani

Citando stime di Confindustria, la Cgil sottolinea che un investimento di 10 miliardi di euro nelle bonifiche dei siti di interesse nazionale potrebbe creare 200mila nuovi posti di lavoro. Ne beneficerebbero anche le casse dello Stato, con 4,7 miliardi di maggiori entrate fiscali e contributi sociali.

Il nostro Paese paga anche l’assenza di una politica strutturata che snellisca le procedure burocratiche per il recupero delle aree dismesse. Nel mondo non mancano esempi virtuosi. La Francia, che si distingue per le politiche più avanzate nel settore, registra ingenti investimenti pubblici e privati nelle aree dismesse, con tempi rapidi e procedure semplificate per le bonifiche. Negli Stati Uniti esiste un programma specifico, il Superfund, che semplifica gli iter di approvazione e crea un sistema di priorità per i siti più inquinati. Anche la Germania ha adottato di recente linee guida per le bonifiche per ridurre la burocrazia e contenere i tempi degli interventi. Buone pratiche che per la Cgil dovrebbe seguire anche l’Italia.

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