TikTok, l’annuncio di Trump: “Abbiamo trovato l’accordo, venerdì parlerò con Xi”
di Cenzio Di ZanniROMA – Per TikTok sembra fatta. L’ultimo round di negoziati tra Usa e Cina a Madrid sblocca una trattativa che si trascinava da fine gennaio, senza però sciogliere altri nodi come dazi e chip. A mettere il sigillo sulla conclusione di “un accordo quadro” sul social network che negli Stati Uniti conta oltre 170 milioni di utenti è lo stesso presidente americano Donald Trump via Truth, la sua piattaforma, dove annuncia un colloquio con Xi Jinping. L’agenda dei due leader è bloccata per venerdì 19 settembre.
Se tutto va come previsto – un “consenso di base” tra le due superpotenze viene confermato dal capo negoziatore cinese, Li Chenggang – si chiude un affare lungo quanto complicato. L’app della cinese ByteDance era stata messa al bando dall’ex inquilino democratico della Casa Bianca, Joe Biden, a poche ore dall’insediamento del suo successore. Il timore, poi condiviso dal Congresso e dallo stesso tycoon, è che i dati personali e quelli comunque registrati sui server di Pechino potesse…
ROMA – Per TikTok sembra fatta. L’ultimo round di negoziati tra Usa e Cina a Madrid sblocca una trattativa che si trascinava da fine gennaio, senza però sciogliere altri nodi come dazi e chip. A mettere il sigillo sulla conclusione di “un accordo quadro” sul social network che negli Stati Uniti conta oltre 170 milioni di utenti è lo stesso presidente americano Donald Trump via Truth, la sua piattaforma, dove annuncia un colloquio con Xi Jinping. L’agenda dei due leader è bloccata per venerdì 19 settembre.
Se tutto va come previsto – un “consenso di base” tra le due superpotenze viene confermato dal capo negoziatore cinese, Li Chenggang – si chiude un affare lungo quanto complicato. L’app della cinese ByteDance era stata messa al bando dall’ex inquilino democratico della Casa Bianca, Joe Biden, a poche ore dall’insediamento del suo successore. Il timore, poi condiviso dal Congresso e dallo stesso tycoon, è che i dati personali e quelli comunque registrati sui server di Pechino potessero finire nelle mani di Xi e compagni. Trump aveva concesso una seconda moratoria prima di oscurare TikTok. Scadenza 17 settembre. Obiettivo: mettere le attività statunitensi di TikTok sotto il cappello di una compagnia Usa, magari una di quelle società di Big Tech alla corte del presidente. È andata così: le redini della divisione americana saranno nelle mani degli americani, svela il segretario al Tesoro Scott Bessent. Al momento non ci sono altri dettagli.
Ma sul tavolo delle due delegazioni – gli americani hanno inviato in Spagna Bessent, i cinesi il vicepremier He Lifeng – sono finite altre due partite: dazi e chip, appunto. In entrambi i casi la posta in gioco è alta, sia dal punto di vista (geo)politico che da quello economico. E, almeno sul primo fronte, i tempi stringono. La tregua sulle tariffe a tre cifre minacciate da Washington e Pechino termina a novembre.
Trovato l’accordo su TikTok
“Il grande incontro commerciale in Europa tra Stati Uniti e Cina è andato molto bene", scrive Trump. Poi il colpo di scena, l’ennesimo: “È stato raggiunto un accordo su una certa azienda che i giovani del nostro Paese desideravano fortemente salvare. Saranno molto contenti”. Il presidente annuncia così l’intesa che ha salvato TikTok oltreoceano. Poco dopo il titolare del Tesoro conferma: “Trump e Xi Jinping parleranno per completare l'accordo”. Quindi è il turno del mediatore Jamieson Greer: “Accordo raggiunto grazie a Trump”.
Prima di trovare la quadra, in ogni caso prima degli annunci urbi et orbi, da Washington un portavoce dell’amministrazione aveva mostrato i muscoli: “Il governo degli Stati Uniti è pronto a lasciare che il divieto su TikTok prosegua, se non si riuscisse a raggiungere un accordo sulla cessione da parte della società cinese ByteDance”. Secondo lo stesso portavoce, i funzionari della Repubblica popolare avrebbero vincolato qualsiasi accordo a proposte “non correlate”: dai dazi, compresi quelli secondari minacciati per la vicinanza di Xi a Vladimir Putin, fino ai semiconduttori.
Il dominio della tecnologia
A proposito di semiconduttori, l’ultima mossa è dell’Antitrust cinese, che considera Nvidia responsabile della violazione delle regole nazionali sulla concorrenza in base ai risultati di un'indagine preliminare. E promette un'istruttoria nel secondo giorno di colloqui a Madrid. La State administration for market regulation, in una nota, non spiega se punirà il colosso mondiale dei microchip specializzato nell'intelligenza artificiale, oppure no. Intanto agita la clava di una istruttoria supplementare.
Sullo sfondo resta la moral suasion di Trump sui Paesi Nato, perché mettano dazi dal 50 al 100% alla Cina, che con l’acquisto di greggio da Mosca continua a foraggiare la guerra di Putin. Il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian ribatte: "La mossa degli Stati Uniti è un tipico atto di prepotenza unilaterale e coercizione economica". Oggi, a Palazzo di Santa Cruz, sede del ministero degli Esteri spagnolo, proseguono i colloqui delle due delegazioni.
La frenata della produzione industriale
Pechino, va ricordato, si è svegliata con dati poco confortanti su produzione industriale e vendite al dettaglio, che nel mese di agosto sono cresciute meno del previsto allungando nuove ombre sull'economia della Repubblica popolare.
La crescita annua, quanto alla produzione, si attesta a un più 5,2%, dal 5,7% di luglio: le stime l’avrebbero voluta al 5,8%, ma la realtà ha presentato un conto diverso. Governo e partito registrano il passo più debole dall’agosto 2024, in scia alla frenata dell'attività manifatturiera (+5,7% dal 6,2% di luglio). Alla voce vendite, l'aumento è al 3,4%, contro il 3,7% di luglio e il 3,8% atteso: in questo caso siamo al livello più basso dal novembre 2024 e al terzo mese di fila di rallentamento. Stando all'Ufficio nazionale di statistica, è il settore alimentare a frenare di più: 5,8% di crescita ad agosto contro l’8,6% di luglio.
I dazi di Trump, la corsa al ribasso dei prezzi sul mercato interno e la flessione degli investimenti, secondo gli analisti, spiegano la frenata dei numeri. “I dati deboli per il secondo mese suggeriscono che il rapido rallentamento della crescita della Cina è guidato da fattori strutturali, non temporanei. Il segnale di avvertimento più chiaro deriva dal crollo degli investimenti", mette in guardia Bloomberg.
All’indice finiscono le misure del governo che mirano ad alleviare la sovraccapacità, legata alle tariffe americane, assieme all’eccessiva concorrenza tra le aziende sul mercato interno. “Lo sforzo si è intensificato all'inizio di luglio e potrebbe aver contribuito a un calo della produzione per prodotti che vanno dal rame all'acciaio”.
“È probabile che vedremo un notevole rallentamento del Pil del terzo trimestre”, annota Serena Zhou, economista senior cinese di Mizuho Securities Asia Ltd. “Probabilmente –continua – vedremo una crescita del quarto trimestre rallentare in modo più significativo, mettendo a repentaglio l’obiettivo del 5% del governo, se non vengono implementate importanti misure di stimolo”. Il presidente Xi Jinping promette di prendere di petto la situazione. Questa, però, è un’altra storia.