I rendimenti spingono il private debt ma serve cautela
di Adriano BonafedeFare prestiti alle imprese senza essere banca. E guadagnare molto, oggi intorno al 12% all’anno. Tutto questo si può fare da molto tempo, grazie a una serie di decreti che risalgono a una decina d’anni fa. Gli strumenti che permettono d’investire in credito per le imprese sono i Fondi di private debt (o credit, come li chiamano negli Usa). A comprare questi strumenti sono soprattutto gli investitori istituzionali, dai fondi pensione alle fondazioni, dai fondi sovrani alle compagnie di assicurazione. Ma negli ultimi anni questa possibilità è data anche ai risparmiatori comuni, anche in Europa, tramite i gli Eltif, tipo di prodotto finanziario voluto dalla Ue.
L’espansione del privat debt
Il 12%, previsto in un recente report di Generali Am per il periodo 2023-2029, è ben più alto dell’8,1% che si è avuto tra il 2017 e il 2023. Non meraviglia, dunque, che le masse del private debt siano ovunque nel mondo in grande espansione. «Da oltre 1,8 trilioni di dollari di asset under management n…
Fare prestiti alle imprese senza essere banca. E guadagnare molto, oggi intorno al 12% all’anno. Tutto questo si può fare da molto tempo, grazie a una serie di decreti che risalgono a una decina d’anni fa. Gli strumenti che permettono d’investire in credito per le imprese sono i Fondi di private debt (o credit, come li chiamano negli Usa). A comprare questi strumenti sono soprattutto gli investitori istituzionali, dai fondi pensione alle fondazioni, dai fondi sovrani alle compagnie di assicurazione. Ma negli ultimi anni questa possibilità è data anche ai risparmiatori comuni, anche in Europa, tramite i gli Eltif, tipo di prodotto finanziario voluto dalla Ue.
L’espansione del privat debt
Il 12%, previsto in un recente report di Generali Am per il periodo 2023-2029, è ben più alto dell’8,1% che si è avuto tra il 2017 e il 2023. Non meraviglia, dunque, che le masse del private debt siano ovunque nel mondo in grande espansione. «Da oltre 1,8 trilioni di dollari di asset under management nel 2024 a livello globale – si legge nella ricerca - si prevede che questa cifra raggiungerà circa 2 trilioni di dollari nel 2025. Entro il 2028 gli asset globali del debito privato potranno raggiungere i 2,8 trilioni di dollari, con un tasso di crescita annuale composto dell’11% dal 2024».
L’America del Nord rimarrà la regione a crescita più rapida «con asset under management – si legge nel report - che raggiungeranno 1,1 trilioni di dollari, rispetto a 1,01 trilioni nel 2024. Segue l’Europa, con asset stimati intorno ai 487 miliardi di dollari, rispetto ai 453 dell’anno precedente». Un fenomeno nuovo negli Usa, segnalato dal Financial Times, è che gli investimenti dei singoli individui (i più ricchi) stanno crescendo a ritmi serrati, laddove invece sono proprio gli istituzionali a rallentare. Gli investitori individuali più ricchi negli Usa hanno infatti puntato ben 48 miliardi di dollari nei fondi di private credit nella prima metà del 2025: già superata la raccolta dell’intero 2023, quasi certamente si passerà anche il livello dell’anno scorso che aveva raggiunto gli 83,4 miliardi. L’agenzia di rating Moody’s ha descritto questo fenomeno come «una delle più grandi nuove frontiere di crescita nell’industria del risparmio gestito». Inoltre, d’ora in avanti, un’ulteriore spinta agli investitori individuali negli Usa verrà dal loro inserimento nei piani pensionistici agevolati fiscalmente 401K, come previsto da un Ordine esecutivo di agosto del presidente Donald Trump.
Anche in Europa gli investitori hanno più che raddoppiato, con 24 miliardi, l’investimento in fondi di private debt nella prima metà dell’anno (fonte: Novantigo).
Dunque il private debt ha il vento in poppa, grazie – spiega Generali Am - «ai vantaggi che offre in termini di potenziale rischio-rendimento». Ciò è dovuto al fatto che è un’asset class intrinsecamente illiquida, «e ciò consente di ottenere un premio di rendimento rispetto a strumenti di debito più liquidi e negoziabili pubblicamente», come ad esempio le obbligazioni societarie che possono essere comprate e vendute in Borsa. «Questo premio rappresenta uno dei principali motivi di attrattiva per gli investitori istituzionali che cercano rendimenti elevati in un contesto di bassi tassi d’interesse». E sempre più i risparmiatori individuali, Italia compresa, stanno al gioco di investire in questi asset per un lungo periodo.
Cosa accade negli Usa
Non così è negli Stati Uniti, dove i fondi di private credit hanno spesso la natura di strumenti aperti. E questo desta una certa preoccupazione nelle banche centrali. Il Financial stability board ha individuato nei fondi esposti a rischio di riscatto un potenziale pericolo per la stabilità finanziaria (cosiddetta ‘narrow measure’). Immaginiamo quel che potrebbe accadere di fronte a una grande crisi finanziaria come quella del 2008, o del 2019 con il Covid, se i sottoscrittori individuali di questi fondi reclamassero in grande maggioranza di uscire di fronte al crollo dei mercati. La corsa ai riscatti priverebbe improvvisamente le imprese dei prestiti in atto, fatto tanto più grave perché già il contesto economico sarebbe compromesso. Rischi ancora più sensibili considerando che molti fondi di private debt sono a leva.
Sono soltanto ipotesi di scuola? Non proprio, come abbiamo sperimentato in anni recenti, ed è per questo che le banche centrali tengono sotto controllo tutte le cosiddette attività di shadow banking, qual è appunto questa dei fondi di private debt, dove i privati si sostituiscono alle banche nei prestiti alle imprese. Anche in Europa ci sono fondi di private equity aperti, che consentono agli investitori di vendere le quote prima della scadenza; tuttavia, i riscatti sono tipicamente soggetti a numerose restrizioni e richiedono un preavviso, quindi il rischio sistemico è basso. L’apertura degli strumenti di private debt ha anche un aspetto positivo: «Consentendo a tutti di partecipare a questo mercato – spiega Fabrizio Pagani, oggi partner di Vitale ma in passato, fra le altre cose, Capo della segreteria tecnica del Mef proprio al tempo in cui furono emanate le norme sul private market – abbiamo introdotto un elemento di democratizzazione dell’investimento, che prima era riservato soltanto agli istituzionali o a chi dotato di importanti fortune. L’importante è che il risparmiatore comprenda bene i rischi».
Per Massimo Figna, fondatore e Ceo di Tenax Capital, market leader in Italia nel private debt con 240 milioni su 1,4 miliardi complessivi di raccolta, «questo settore ha spazio per crescere ancora in Europa: basta pensare che negli Usa lo stock è vicino al 5% del Pil mentre qui siamo all’1,2 per cento. Soltanto Uk e Francia hanno quote apprezzabili».