Il cantiere Mps-Mediobanca apre, con il fragore che merita una delle notizie più dirompenti per la finanza italiana moderna. Dal 15 settembre il 62,3% delle azioni consegnate all’Opas sarà “regolato”: 2,533 titoli senesi e 0,9 euro a ogni azionista di Piazzetta Cuccia. Ma dal 16 al 22 l’Opas riapre, e le adesioni «saliranno attorno all’80%», come ha stimato Francesco Saverio Vinci, vice dg di Mediobanca, che di scalate se ne intende. Nessuno si aspettava tanto otto mesi fa, quando Siena lanciò l’assalto al già ex “salotto buono”, i cui inquilini chiamarono l’Ops Rocky horror picture show. Nessuno pensava che una banca regionale che solo tre anni fa chiedeva al Tesoro il 67% dei 2,5 miliardi di ennesimo aumento, azzerando i soci esistenti, sarebbe stato il fulcro del terzo gruppo italiano. L’Ops pareva ai più una mossa opportunistica, per mettere un cappello bancario al 30% rastrellato dagli imprenditori Del Vecchio e Caltagirone, piegare i manager di Mediobanca e gestire a piacimento …
Il cantiere Mps-Mediobanca apre, con il fragore che merita una delle notizie più dirompenti per la finanza italiana moderna. Dal 15 settembre il 62,3% delle azioni consegnate all’Opas sarà “regolato”: 2,533 titoli senesi e 0,9 euro a ogni azionista di Piazzetta Cuccia. Ma dal 16 al 22 l’Opas riapre, e le adesioni «saliranno attorno all’80%», come ha stimato Francesco Saverio Vinci, vice dg di Mediobanca, che di scalate se ne intende. Nessuno si aspettava tanto otto mesi fa, quando Siena lanciò l’assalto al già ex “salotto buono”, i cui inquilini chiamarono l’Ops Rocky horror picture show. Nessuno pensava che una banca regionale che solo tre anni fa chiedeva al Tesoro il 67% dei 2,5 miliardi di ennesimo aumento, azzerando i soci esistenti, sarebbe stato il fulcro del terzo gruppo italiano. L’Ops pareva ai più una mossa opportunistica, per mettere un cappello bancario al 30% rastrellato dagli imprenditori Del Vecchio e Caltagirone, piegare i manager di Mediobanca e gestire a piacimento il 13% di Generali.
il nuovo business
Ancora il primo settembre, quando il cda Mps varò il “rilancino” da 750 milioni cash, aveva calibrato le simulazioni degli advisor Jp Morgan e Ubs per superare appena il 50% che desse il controllo legale, senza svenarsi. Poi il muro del “mercato” è caduto, e i fondi esteri si sono uniti agli outsider. Così l’operazione sarà a tutto tondo: e se da un lato costerà fino a 13,5 miliardi (in caso di en plein), dall’altro farà accelerare gli obiettivi industriali e i benefici finanziari da 2 miliardi promessi dall’ad Luigi Lovaglio. Ma bisogna fare sul serio e presto, con un’agenda di priorità dettata dall’ampiezza della delega ricevuta, non solo dai tre soci-registi (c’è anche il Tesoro, all’11,7% di Mps), ma del mercato tutto. Ora la dirigenza senese deve dimostrare di essere all’altezza del suo sogno.
la classifica dei ricavi
La governance del polo
La cosa più urgente sono le nomine del nuovo cda Mediobanca. Il successo dell’Opas fa sì che il 18 settembre l’intero cda presieduto da Renato Pagliaro e con ad Alberto Nagel si presenti dimissionario, con impegno di lasciare quando l’assemblea il 28 ottobre voterà i nuovi amministratori. Se l’adunanza non sarà rinviata — Enrico Cuccia ne sarebbe lieto, avendo stabilito dal 1946 di tenere l’assemblea in contrapposizione alla ricorrenza della marcia fascista su Roma come simbolo di libertà — c’è fino al 3 ottobre per depositare la lista, cui lavora il comitato nomine Mps insieme ai cacciatori di teste. Risulta che il dialogo dei manager senesi con emissari del cda uscente sia partito giorni fa. L’attuale cda ha 15 membri, ed alcuni resteranno: come solo Sabrina Pucci e Sandro Panizza, tratti dalla lista Delfin. Di certo usciranno Nagel e Pagliaro, da rimpiazzare con “profili internazionali”. Non sarà facile trovarne, dato che avranno un socio unico, e Lovaglio come capo. Il banchiere lucano, del 1955, non starebbe peraltro promettendo la sua poltrona all’erede di Nagel, e intende continuare il lavoro anche oltre il rinnovo del cda Mps, tra sette mesi. Peraltro Lovaglio è da tre anni garante unico dei rapporti con gli investitori. La qualità dei nuovi capi di Mediobanca sarà determinante per trattenere i migliori tra i 5.530 dipendenti, specie i gestori dei grandi portafogli di Mediobanca Premier, oggi tentati di passare alla concorrenza con una fetta dei 100 miliardi di masse.
le nuove quote
L’integrazione dei business
Le nomine saranno cruciali per integrare bene i business delle due banche, molto più complementari (quindi meno sinergici) di qualunque fusione vista finora. La vigilanza, nell’autorizzare l’Ops a giugno, ha chiesto entro sei mesi dal suo termine «un dettagliato piano di integrazione, con impatti su capitale, strategia digitale, governance, Ict e sinergie». Avendo pieni poteri, i senesi vorrebbero anticipare il piano, magari per fine 2025, e presentarlo poco dopo al mercato. Qui sta il cuore industriale, di qui passano i 2 miliardi promessi agli azionisti tra 1,3 di crediti fiscali e 700 milioni di sinergie (300 sui costi, 300 di ricavi e 100 sulla raccolta). I crediti fiscali extra sono legati al superamento del 50%, mentre le sinergie arriveranno con il 66,67% di Mediobanca, che rende possibile l’integrazione. Detto che ogni passo dipenderà dal risultato finale dell’Opas, per ora l’intenzione di Mps sarebbe di non procedere a una fusione diretta, lasciando Mediobanca come entità legale, benché integrata, e tenendo il suo marchio, che sta per compiere 80 anni, tra i blasoni del nuovo gruppo. La filosofia dell’integrazione — portare alle tante Pmi clienti del Monte i servizi più sofisticati di Piazzetta Cuccia — dovrebbe far contento Marco Osnato, responsabile economico di FdI e tra i primi sponsor politici del dossier: «Ora la sfida sarà riuscire a coniugare la rete di Pmi di Mps con l’idea di banca d’affari di Mediobanca in modo da far crescere il sistema produttivo italiano», ha detto Osnato. Ma anche i senesi daranno il loro contributo: specie con la piattaforma tecnologica di Widiba per migliorare l’interfaccia di Mediobanca Premier, o con una più incisiva distribuzione di credito al consumo sul marchio Compass già partner.
Dall’efficace integrazione dipenderà pure il rilancio dei multipli di Mps in Borsa, in volo da due anni ma per qualche operatore migliorabili con il raddoppio delle attività “specializzate” nel polo unito. Finora quasi tutto il business senese è di tipo commerciale, mentre l’integrazione diversificherà i margini portando al 45% quelli ad alti multipli: dal credito al consumo, che peserà un 18% nel polo unito, alle gestioni patrimoniali (8%), dalla banca d’affari (5%) alle polizze di Generali (12%). Deutsche Bank ha alzato il prezzo obiettivo di Mps da 9 a 11 euro (in Borsa è 8,14 euro), stimando che il nuovo mix alzerà il rapporto prezzo/utili dall’attuale 6,2 a 8,8 nel 2027.
Le prospettive su Generali
Con tanto da fare subito, dovrebbero slittare al 2026 le scelte sul 13% di Generali, che consente l’influenza notevole sul gestore di 800 miliardi di euro degli assicurati. Lovaglio ha sempre dichiarato il suo laicismo sul pacchetto, preferendo concentrarsi sui business bancari. Ma Delfin e Caltagirone, soci forti che sono forti anche nel Leone, non paiono così laici: né lo è il governo, che vorrebbe approfittare della congiunzione astrale per creare un azionariato istituzionale solido e tricolore. La quota, che finora ha reso circa il 17% annuo a Mediobanca, per ora può stare al suo posto, e intanto pesare come arma di deterrenza per costruire una nuova pax nel Leone. Una che bonifichi Trieste dalle scorie della contesa in atto da anni tra manager e azionisti privati; e che possibilmente abortisca l’accordo già siglato, ma non ancora concluso, con Natixis sul risparmio. Un progetto avversato, più o meno apertamente, da tutti i protagonisti del nuovo Monte padrone.