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Perché Armani vuole un grande gruppo per erede

(reuters)
È come se avesse individuato in questi destinatari gli unici in grado di garantire la sopravvivenza del brand, per capacità finanziarie, ma anche per autonomia nella gestione stilistica
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Alla fine, anche Giorgio Armani ha riconosciuto la validità del modello Lvmh. O comunque dei grandi conglomerati, come lo sono L’Oréal ed EssilorLuxottica. Perché, se si deve vendere a qualcuno, saranno loro i destinatari finali del suo marchio come ha indicato lo stesso stilista nel suo testamento. Nessun altro brand di moda potrà raccogliere la sua eredità, finanziaria e stilistica.

La strategia vincente a livello globale nel mondo della moda è stata lanciata, come abbiamo scritto, quarant’anni fa dai francesi, capaci di aggregare intorno alle holding finanziarie più marchi, che hanno poi potuto continuare a svilupparsi, mantenendo ciascuno la propria indipendenza.

La strategia Lvmh

Lvmh, nato nel 1987 dalla fusione di Moët Hennessy e Louis Vuitton, è diventato il leader mondiale del settore, passando v…

Alla fine, anche Giorgio Armani ha riconosciuto la validità del modello Lvmh. O comunque dei grandi conglomerati, come lo sono L’Oréal ed EssilorLuxottica. Perché, se si deve vendere a qualcuno, saranno loro i destinatari finali del suo marchio come ha indicato lo stesso stilista nel suo testamento. Nessun altro brand di moda potrà raccogliere la sua eredità, finanziaria e stilistica.

La strategia vincente a livello globale nel mondo della moda è stata lanciata, come abbiamo scritto, quarant’anni fa dai francesi, capaci di aggregare intorno alle holding finanziarie più marchi, che hanno poi potuto continuare a svilupparsi, mantenendo ciascuno la propria indipendenza.

La strategia Lvmh

Lvmh, nato nel 1987 dalla fusione di Moët Hennessy e Louis Vuitton, è diventato il leader mondiale del settore, passando velocemente da 3 a 85 miliardi di fatturato con un portafoglio oggi di 85 marchi. Armani ha sempre preferito la via stand alone, cercando di creare un gruppo, anche diversificato, ma comunque tutto incentrato sulla sua figura. Per la sua successione, lo stilista ha invece optato per una strada diversa. Ha chiesto ai suoi eredi di vendere entro 18 mesi dall’apertura del testamento il 15% della Armani spa a uno dei tre gruppi citati, o anche a qualcun altro qualora non si trovasse un accordo, per avviare poi la cessione del controllo nel giro di cinque o al massimo otto anni.

Gli alti e bassi della moda

È come se Armani avesse individuato in questi destinatari gli unici in grado di garantire la sopravvivenza del brand, per capacità finanziarie, ma anche per autonomia nella gestione stilistica. Lvmh ha una comprovata esperienza nel comprare marchi e nel farli funzionare, mentre L’Oréal con 43 miliardi di fatturato ed EssilorLuxottica con 26 miliardi sono grandi gruppi strutturati con i quali Armani ha già delle ottime partnership. Di EssilorLuxottica ha pure una partecipazione azionaria, che non ha mai ceduto nel tempo.

Gli alti e i bassi del settore della moda possono essere attutiti meglio all’interno di un conglomerato, perché non sempre la gestione prudente così come l’ha messa nero su bianco Armani nel testamento, ovvero con poco debito, pochi dividendi e tanti investimenti, è sempre garante della continuità aziendale. Armani non vede il futuro del suo nome nemmeno in mano a un altro grande marchio italiano, forse perché teme che possa minare l’unicità del suo stile, fatto di eleganza e semplicità.

Non è stata esclusa nel testamento la via in solitaria, con la Fondazione azionista e il gruppo quotato, ma una volta venduto il 15% a uno di questi grandi player difficilmente si tornerà indietro. E se non sarà EssilorLuxottica, che comunque ha nell’azionariato lo stato francese attraverso Cdc, l’equivalente della nostra Cassa depositi, e la sua controllata Bpifrance, Armani entrerà nell’orbita dei francesi, capaci più degli italiani di creare un ecosistema industriale favorevole ai grandi gruppi.

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