L’aspettativa che mercoledì la Fed taglierà i tassi negli Stati Uniti, dopo una pausa che dura da dicembre scorso, ha placato un po’ le tensioni sul reddito fisso. Anche se non ha diradato del tutto le nubi, dovute in primis all’esplosione del debito pubblico negli ultimi anni, che interessa anche l’Europa, dove gli spazi di manovra da parte della Bce sono ormai ridotti.
Cosa cambia per i risparmiatori
Cosa comporta tutto ciò per i portafogli obbligazionari dei risparmiatori? È il caso di ridurre l’esposizione a questa asset class, che in alcune situazioni non sembra più rivestire il ruolo di equilibratore del portafoglio, o piuttosto le tensioni attuali possono essere un’opportunità di ingresso? Proviamo a capirlo mettendo assieme alcuni dati e la view dei money manager, senza dimenticare che non può esistere un portafoglio equilibrato senza una quota importante di obbligazionario.
Nelle ultime sedute i Treasury decennali hanno viaggiato intorno al 4% di rendimento, mentre quelli tr…
L’aspettativa che mercoledì la Fed taglierà i tassi negli Stati Uniti, dopo una pausa che dura da dicembre scorso, ha placato un po’ le tensioni sul reddito fisso. Anche se non ha diradato del tutto le nubi, dovute in primis all’esplosione del debito pubblico negli ultimi anni, che interessa anche l’Europa, dove gli spazi di manovra da parte della Bce sono ormai ridotti.
Cosa cambia per i risparmiatori
Cosa comporta tutto ciò per i portafogli obbligazionari dei risparmiatori? È il caso di ridurre l’esposizione a questa asset class, che in alcune situazioni non sembra più rivestire il ruolo di equilibratore del portafoglio, o piuttosto le tensioni attuali possono essere un’opportunità di ingresso? Proviamo a capirlo mettendo assieme alcuni dati e la view dei money manager, senza dimenticare che non può esistere un portafoglio equilibrato senza una quota importante di obbligazionario.
Nelle ultime sedute i Treasury decennali hanno viaggiato intorno al 4% di rendimento, mentre quelli trentennali sono al 4,7%, dopo aver sfiorato rispettivamente il 4,3% e il 5% alla fine del mese scorso. Acquistare un titolo di Stato Usa oggi significa puntare a quasi mezzo punto in più rispetto a un Btp di analoga durata. Tutto questo, mentre si è sostanzialmente annullato il divario tra il decennale italiano e quello francese a causa dell’esplosione del debito e della crisi istituzionale a Parigi.
«Con l’inflazione in rallentamento intorno al 2%, i rendimenti dei governativi dell’Eurozona risultano appetibili», commenta Moreno Zani, presidente di Tendercapital. Il quale non esclude un ulteriore taglio al costo del denaro da parte della Bce entro fine anno, seguito da una mossa analoga nel primo trimestre del 2026, il che potrebbe far crescere il valore delle obbligazioni in portafoglio, facendo al contempo calare i rendimenti delle nuove emissioni.
Un discorso simile è atteso per i titoli americani, a fronte di una Fed che potrebbe tagliare di un quarto di punto a trimestre. In questo scenario, la preferenza di Tendercapital va ai titoli di Stato con scadenza a sette-otto anni, che offrono qualcosa in meno dei decennali, ma fronte di un rischio inferiore. «Preferiamo i governativi ai corporate bond investment grade (emissioni delle aziende con fondamentali solidi, ndr), dato che queste ultime non offrono un premio adeguato per il rischio maggiore».
Il cambio di rischio
Per gli analisti di Private Bank, nel reddito fisso è il momento di passare dal rischio credito al rischio duration. Detto in soldoni, nello scenario attuale è poco conveniente detenere titoli a rating basso; meglio allungare la duration di portafoglio. Questo perché negli ultimi anni lo spread di rendimento per gli high yields si è ridotto ben più rispetto agli investment grade e ormai è vicini ai minimi dell’ultimo decennio. Nel frattempo, la curva dei rendimenti è diventata sempre più ripida, in quanto il mercato si attende banche centrali accomodanti ancora per qualche trimestre, ma poi nel lungo periodo lo scenario è segnato dalle tante incognite ancora esistenti – dal rischio di recessione alla possibilità che torni l’inflazione o si aggravi il quadro geopolitico, alla prospettiva di ulteriore peggioramento dei conti pubblici – che portano a richiedere rendimenti più elevati.
Secondo Francesco Castelli, responsabile obbligazionario di Banor, le parole pronunciate da Christine Lagarde a valle dell’ultima riunione della Bce non lasciano immaginare nuovi tagli a breve. In ogni caso, spiega, i livelli attuali dei titoli di Stato italiano sono interessanti, anche alla luce della fiscalità agevolata (12,5% sui guadagni contro il 26% previsto per le obbligazioni societarie, le azioni e i conti deposito), ferma restando la raccomandazione di «non concentrare tutto sul Btp; meglio diversificare su più Paesi dell’area euro, come Spagna, Belgio e Francia. In questo modo si riduce il rischio legato a possibili eventi politici nazionali», sottolinea, con riferimento in particolare a quanto sta accadendo in Francia. Tra le emissioni societarie, Banor vede il miglior equilibrio tra rendimento e rischio nelle obbligazioni investment grade, «con particolare attenzione ai titoli finanziari».
Il debito dei Paesi emergenti
Per Cathy Hepworth, gestore di Pgim, è il caso di destinare una parte del portafoglio al debito dei Paesi emergenti, «alla luce di fondamentali macroeconomici più solidi del passato, a un quadro politico più stabile e anche alla crescita dei mercati dei capitali locali». I tassi reali rimangono elevati in molte di queste economie e l’inflazione è meno problematica rispetto a quanto potrebbe essere negli Stati Uniti. Paesi come «Brasile, Messico, Colombia e Sudafrica offrono rendimenti interessanti», conclude.