Ex Ilva, la crisi si aggrava. Aumenta la richiesta di cig: 4.450 lavoratori
di Raffaele LorussoLa crisi dell’ex Ilva si aggrava. L’allungamento dei tempi della procedura di vendita, la produzione sempre più al minimo e la crisi di liquidità spingono i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia a chiedere un aumento della cig. La nuova istanza presentata al ministero del Lavoro prevede che il numero degli addetti interessati dall’ammortizzatore sociale salga da 4.050 a 4.450. Di questi, 3.803 sono a Taranto. La richiesta sarà esaminata in sede ministeriale il 18 settembre, alla presenza dei sindacati. L’aumento dei dipendenti da collocare in cig, spiegano i commissari, “è funzionale a controbilanciare l'aggravarsi dello squilibrio dei fattori produttivi”. A fronte di un organico complessivo pressoché stabile (9.741 unità), lo stabilimento di Taranto e le unità produttive a valle dello stesso, secondo l’azienda, marciano con assetto che - attualmente e nel medio termine - è contraddistinto e condizionato da una produzione di ghisa gravemente insufficiente ed incoerente con i …
La crisi dell’ex Ilva si aggrava. L’allungamento dei tempi della procedura di vendita, la produzione sempre più al minimo e la crisi di liquidità spingono i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia a chiedere un aumento della cig. La nuova istanza presentata al ministero del Lavoro prevede che il numero degli addetti interessati dall’ammortizzatore sociale salga da 4.050 a 4.450. Di questi, 3.803 sono a Taranto. La richiesta sarà esaminata in sede ministeriale il 18 settembre, alla presenza dei sindacati. L’aumento dei dipendenti da collocare in cig, spiegano i commissari, “è funzionale a controbilanciare l'aggravarsi dello squilibrio dei fattori produttivi”. A fronte di un organico complessivo pressoché stabile (9.741 unità), lo stabilimento di Taranto e le unità produttive a valle dello stesso, secondo l’azienda, marciano con assetto che - attualmente e nel medio termine - è contraddistinto e condizionato da una produzione di ghisa gravemente insufficiente ed incoerente con i costi di esercizio e gestione.
Un solo altoforno in funzione
Attualmente la produzione è garantita dal solo altoforno 4 che, fra l’altro, come comunicato da Acciaierie d’Italia, ha subito uno stop temporaneo non programmato di alcune ore, dovuto al danneggiamento di un nastro trasportatore. Nell’istanza inviata al ministero, inoltre, i commissari spiegano che nel medio termine all’altoforno 4 si affiancherà l’altoforno 2, consentendo di effettuare i programmati interventi tecnici sullo stesso altoforno 4. “Di conseguenza – rileva l’azienda – l'avvio dell'altoforno 2 non comporterà immediatamente un significativo innalzamento della produzione, obiettivo che potrà essere raggiunto solo con il ripristino della piena funzionalità anche dell'altoforno 1, all'esito del richiesto provvedimento di dissequestro e dei necessari interventi a garanzia della funzionalità anche di tale altoforno”.
Soltanto con il riavvio dell’altoforno 1 e il contestuale funzionamento dell’altoforno 4 si potranno ripristinare livelli produttivi soddisfacenti che, pur in sè inidonei rispetto all'obiettivo finale del riequilibrio, risulterebbero in grado, secondo Acciaierie d’Italia, di generare potenzialmente un flusso di cassa che renderebbe più sostenibili i costi fissi. Per il momento, però, i bassi livelli di produzione stanno aggravando lo squilibrio finanziario. Il rischio di rendere insostenibile la gestione societaria è altissimo.
I timori dei sindacati
I sindacati, che finora si sono rifiutati di sottoscrivere accordi di cig senza certezze sulla salvaguardia dei livelli occupazionali, anche in prospettiva, continuano a chiedere chiarezza. Anche all’indomani dell’uscita di scena del gruppo azero Baku Steel, che ha rinunciato a presentare un’offerta di acquisto, Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm hanno chiesto la convocazione di una riunione urgente a Palazzo Chigi. La rinuncia alla nave rigassificatrice per il no del Comune di Taranto, che rende di fatto impossibile, almeno allo stato attuale, realizzare a Taranto quattro impianti di Dri, il preridotto di acciaio per i forni elettrici, non mette a rischio l’addio graduale agli altiforni a carbone, ma potrebbe rendere difficile ricollocare la forza lavoro che risulterà in esubero alla fine del processo di decarbonizzazione. Per questo i sindacati chiedono impegni precisi al governo.