ROMA – Un anno di reddito cancellato, sparito. Tanto hanno perso i pensionati con un assegno medio alto a causa della mancata rivalutazione all'inflazione e la corsa dei prezzi. Una pensione da circa 10 mila euro lordi al mese ha già perso l'equivalente di quasi 180 mila euro in 14 anni, una da 5 mila oltre 90mila, una da 3 mila quasi 40mila. In 30 anni questi trattamenti si sono svalutati di circa il 25%. E chi riceve un assegno intorno ai 2.000 euro netti sarà penalizzato fino a 13 mila euro nei prossimi 10 anni. Tenuto conto che circa 1,8 milioni di pensionati con redditi da 35 mila euro in su, quasi il 14% del totale, garantiscono oltre il 46% dell’Irpef dell’intera categoria. A leggere i dati è Stefano Cuzzilla, presidente della Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità (Cida), sulla base dello studio realizzato da Itinerari Previdenziali.
ROMA – Un anno di reddito cancellato, sparito. Tanto hanno perso i pensionati con un assegno medio alto a causa della mancata rivalutazione all'inflazione e la corsa dei prezzi. Una pensione da circa 10 mila euro lordi al mese ha già perso l'equivalente di quasi 180 mila euro in 14 anni, una da 5 mila oltre 90mila, una da 3 mila quasi 40mila. In 30 anni questi trattamenti si sono svalutati di circa il 25%. E chi riceve un assegno intorno ai 2.000 euro netti sarà penalizzato fino a 13 mila euro nei prossimi 10 anni. Tenuto conto che circa 1,8 milioni di pensionati con redditi da 35 mila euro in su, quasi il 14% del totale, garantiscono oltre il 46% dell’Irpef dell’intera categoria. A leggere i dati è Stefano Cuzzilla, presidente della Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità (Cida), sulla base dello studio realizzato da Itinerari Previdenziali.
C’è quindi una fetta minoritaria ma importante della popolazione che durante l’intero arco della propria attività lavorativa ha versato i contributi richiesti, ha maturato un certo trattamento, e una volta raggiunto i requisiti per la pensione si è vista recapitare un assegno anno su anno sempre più magro. Elevato, certo, ma come tutti proporzionato al proprio stipendio da lavoratore. “Le pensioni non sono un privilegio, sono salario differito”, sottolinea Cuzzilla. Al quale il lavoratore rinuncia sulla base di un patto sociale e intergenerazionale: “Chi lavora oggi sostiene chi ha lavorato ieri”. Ma il Cida avverte: da oltre 30 anni quel patto è stato disatteso. “Senza fiducia non può esserci futuro né per i pensionati né per i giovani che oggi contribuiscono al sistema”, aggiunge, chiedendo “regole stabili, certezza del diritto e rispetto del merito”. Per ripristinare il patto.
Pensioni, ceto medio alto penalizzato: i numeri
Ma cosa è accaduto? Per proteggere dall’inflazione l’assegno di chi ormai è fuori dal mercato del lavoro e ha meno possibilità di tutelarsi, tutti i principali sistemi previdenziali internazionali prevedono un sistema di perequazione automatica della pensione all’aumento del costo della vita. Da 30 anni però, denuncia la Cida, quel sistema viene modificato, ritoccato, alterato. Con l’obiettivo di garantire la tenuta del sistema. Ma con il risultato di penalizzare chi ha diritto a un assegno più elevato. Nel 2022 è stato ripristinato il meccanismo in vigore dal 1996 che prevedeva una rivalutazione a scaglioni al 100% dell’inflazione per la quota di pensione di importo fino a 4 volte il trattamento minimo Inps (per il 2022 pari a circa 525 euro al mese); al 90% dell’inflazione per l’importo compreso tra 4 e 5 volte; al 75% dell’inflazione oltre 5 volte. L’attuale governo è poi intervenuto nuovamente nel biennio 2023-2024 inserendo altri scaglioni per le soglie più alte e ad aliquote più basse.
Pensioni, la perdita da mancata rivalutazione
"Cosa ancora più grave – puntualizza il professor Alberto Brambilla, presidente del centro studi e ricerche Itinerari previdenziali e curatore dello studio – è che la perequazione sfavorevole è stata applicata sull’intero reddito pensionistico e non per scaglioni: giusto per fare un esempio riferito al 2023, un pensionato con una rendita tra 2.627 e 3.152 euro si è visto rivalutata l’intera pensione al 4,3% (a fronte di un tasso di inflazione definitivo dell’8,1%), e non la sola quota eccedente le 5 volte il trattamento minimo”.
C’è poi chi ha diritto a una pensione pari a 10 volte il trattamento minimo. E paga sempre di più. Tra mancata rivalutazione e inflazione galoppante, in 14 anni ha subito una svalutazione del proprio assegno di circa il 21%. Per fare un esempio concreto, chi ha diritto a 6.000 euro netti al mese (10.000 lordi, alle quali levare Irpef, tasse comunali e regionali) in questi 14 anni ha perso quasi 178 mila euro di assegno, mentre chi ha diritto a 5.500 lordi, circa 3.400 netti, ha subito una perdita nello stesso periodo di 96 mila euro. La Cida ribadisce: l’obiettivo di contenere la spesa resta in sé apprezzabile, ma non è accettabile “farlo toccando ancora una volta la perequazione automatica, ormai utilizzata dallo Stato come leva contabile per fare Cassa, alla stregua di un prelievo forzoso”.
Colpire l’evasione fiscale per tutelare le pensioni di tutti
I contribuenti, quelli ormai in età pensionabile e quelli più giovani, hanno bisogno di certezza del diritto e regole stabili. D’altra parte, la Cida indica la via per garantire la tenuta del sistema: aggredire l'evasione fiscale. “Colpire chi ha versato quarant’anni di contributi significa rompere il patto sociale e generazionale – conclude Cuzzilla – sostenere i più fragili è un dovere, e la classe dirigente non si è mai sottratta a questa responsabilità. Ma diventa un’ingiustizia quando la solidarietà ricade sempre sugli stessi mentre l’evasione resta impunita. Ogni anno il fisco perde circa 90 miliardi di euro, con il 65% dell’Irpef che non arriva all’Erario: finché questa voragine non sarà chiusa, non potrà esserci un sistema previdenziale né giusto né sostenibile”.