ROMA – Il tasso di implementazione del rapporto Draghi è un disastro, specialmente se pensiamo che molto probabilmente all’interno di quell’11% di misure adottate non c’è altro che gli obiettivi più semplici e a portata di mano». Jean Pisani-Ferry, esperto di politiche pubbliche ed economista di Sciences Po nonché ricercatore del Bruegel (che ha cofondato nel 2005) e a lungo consulente dei governi francesi fino alla prima fase di Macron, è sconfortato dalle difficoltà per l’Europa a superare l’impasse. «La verità – insiste – è che l’attuazione del piano Draghi sta andando a passo di lumaca».
Ma perché tanti ritardi?
«Nessuno nega che ci siano parti del rapporto più complesse da attuare, che richiedono riforme più profonde. È evidente però che di fronte all’urgenza di un’azione c’è invece un livello di “appropriazione”, di accettazione insomma, gravemente scarso in molti Stati. Al punto che neanche la Commissione stessa sembra più crederci. Manca la volontà politica. E questo è sconcer…
ROMA – Il tasso di implementazione del rapporto Draghi è un disastro, specialmente se pensiamo che molto probabilmente all’interno di quell’11% di misure adottate non c’è altro che gli obiettivi più semplici e a portata di mano». Jean Pisani-Ferry, esperto di politiche pubbliche ed economista di Sciences Po nonché ricercatore del Bruegel (che ha cofondato nel 2005) e a lungo consulente dei governi francesi fino alla prima fase di Macron, è sconfortato dalle difficoltà per l’Europa a superare l’impasse. «La verità – insiste – è che l’attuazione del piano Draghi sta andando a passo di lumaca».
Ma perché tanti ritardi?
«Nessuno nega che ci siano parti del rapporto più complesse da attuare, che richiedono riforme più profonde. È evidente però che di fronte all’urgenza di un’azione c’è invece un livello di “appropriazione”, di accettazione insomma, gravemente scarso in molti Stati. Al punto che neanche la Commissione stessa sembra più crederci. Manca la volontà politica. E questo è sconcertante e deludente nel momento in cui sarebbe necessario un progetto comune per superare il gap non solo tecnologico, ma finanziario e di sicurezza tra l’Europa e i concorrenti mondiali».
Draghi ha squadernato una lunga serie di punti dolenti. Quali sono i nodi più complessi secondo lei?
«Sicuramente il centro della strategia d’innovazione europea è la Savings and Investment Union, come è stata appena ribattezzata la sofferta unione del mercato dei capitali inutilmente cercata per tanti anni ma ora diventata drammaticamente urgente se si vuole recuperare competitività. Le start-up in Europa, per esempio, non riescono a crescere per la mancanza di capitali dovuta alla frammentazione dei mercati europei, la stessa che conduce centinaia di miliardi ogni anno in America per mancanza di alternative. Tutti vincoli che devono assolutamente essere rimossi».
Draghi ha anche alzato da 800 a 1200 miliardi il bisogno di investimenti, rendendo sempre più ineludibile il ricorso a nuovi eurobond per coprire almeno in parte tale cifra: con quali speranze?
«Si tratterebbe di un’iniziativa analoga a quelle adottate durante la pandemia. È possibile anzi indispensabile nel settore della difesa: solo con un debito comune insieme a centrali di spesa europee per gli acquisti si potrà attrezzare una credibile opposizione alla minaccia russa. Per questo vanno superate le reciproche e ormai anacronistiche diffidenze fra i Paesi che ruotano intorno alla Germania e altri con maggiori oneri di finanza pubblica come l’Italia e ora anche la Francia».
A proposito del suo Paese, domani uno sciopero generale solo in parte rientrato, tornerà a bloccare scuole, trasporti, ospedali: quali possibilità vede di risolvere la situazione?
«Poche, purtroppo, finché una – poco probabile al momento – riforma elettorale renderà possibile superare l’attuale polarizzazione. Solo un governo forte e coeso potrà impostare un negoziato in grado di sbloccare la situazione delle pensioni e dei salari, introducendo tra l’altro la “tassa Zucman” sui patrimoni. Non serve arrivare al 2% di cui si parla, ma anche l’1% finanzierebbe in parte cospicua il deficit oltre a dare un importante segnale di equità sociale e di condivisione degli oneri».