Ora Oslo ha voglia di Europa. Tra dazi ed energia, sale il prezzo di rimanere fuori dall’Ue
di Enrico FranceschiniIl leader laburista Jonas Gahr Stoere festeggia la vittoria alle elezioni del 9 settembre
Dieci anni dopo avere perso uno dei suoi membri, l’Unione Europea potrebbe presto acquisirne uno nuovo. Nel 2016, come è noto, il Regno Unito votò per uscire dalla Ue nel referendum sulla Brexit (Britain exit — la Britannia se ne va, recitava lo slogan). Ebbene, nel 2026 nell’Europa unita potrebbe entrare la Norvegia, riportandola a essere un’unione di 28 stati.
Non è detto che succederà proprio l’anno prossimo. Ma nella recente campagna elettorale norvegese sia il ministro degli Esteri, il laburista Espen Barth Eide, sia colei che ha il ruolo equivalente nelle file avversarie, la conservatrice Ine Eriksen Soreide, che ha ricoperto lo stesso incarico quando in passato c’era il suo partito al governo ed è attualmente il ministro degli Esteri del cosiddetto “governo ombra” dell’opposizione, si sono schierati entrambi, per la prima volta, a favore dell’ingresso nella Ue.
Dieci anni dopo avere perso uno dei suoi membri, l’Unione Europea potrebbe presto acquisirne uno nuovo. Nel 2016, come è noto, il Regno Unito votò per uscire dalla Ue nel referendum sulla Brexit (Britain exit — la Britannia se ne va, recitava lo slogan). Ebbene, nel 2026 nell’Europa unita potrebbe entrare la Norvegia, riportandola a essere un’unione di 28 stati.
Non è detto che succederà proprio l’anno prossimo. Ma nella recente campagna elettorale norvegese sia il ministro degli Esteri, il laburista Espen Barth Eide, sia colei che ha il ruolo equivalente nelle file avversarie, la conservatrice Ine Eriksen Soreide, che ha ricoperto lo stesso incarico quando in passato c’era il suo partito al governo ed è attualmente il ministro degli Esteri del cosiddetto “governo ombra” dell’opposizione, si sono schierati entrambi, per la prima volta, a favore dell’ingresso nella Ue.
Il motivo è l’economia
La circostanza principale che spinge governo e opposizione ad avere la stessa linea su una questione così importante per l’identità nazionale è l’economia. Davanti alla guerra dei dazi scatenata da Donald Trump attraverso l’Atlantico, Oslo sente di avere bisogno di maggiore protezione in un mondo di giganti come Stati Uniti e Cina.
Un piede in Europa, naturalmente, la Norvegia ce l’ha già: fa parte del mercato comune, accettando dunque la libertà di circolazione di merci e di persone all’interno della Ue. Da questo punto di vista, che è poi il principio cardinale dell’Unione, la norma che ha spinto gli inglesi a volerne uscire, i norvegesi sono dentro esattamente come gli italiani, i francesi o i tedeschi.
Ma non appartengono alla Ue, non sono presenti nella Commissione Europea di Bruxelles che la governa, né nel parlamento di Strasburgo che ne stabilisce le leggi. In pratica, pagano il proprio contributo per avere gli stessi diritti e doveri degli altri 27 Paesi membri, ma non hanno voce in capitolo per prendere decisioni. E questo li fa sentire meno tutelati, in un momento in cui il panorama internazionale è avvolto da incertezze che mettono in pericolo tutte le alleanze date per scontate nel dopoguerra.
Troppo presto per un referendum
«Siamo consapevoli che il divario tra appartenere alle Ue e appartenere soltanto al mercato comune si sta allargando», afferma il ministro degli Esteri Eide. «Tutti vedono che la nostra incompleta relazione con la Ue ci rende vulnerabili, perché siamo sempre di più al di fuori di quello di cui vogliamo fare parte», concorda la “ministra ombra” dell’opposizione Soreide.
Eppure, paradossalmente, né il Labour né il partito conservatore sono pronti a indire immediatamente un referendum, analogo a quello britannico del 2016, per decidere se entrare nella Ue o se rimanerne all’esterno. Il motivo è che la maggior parte della popolazione appare ancora restia a compiere questo fatidico passo verso l’Europa. C’è dietro lo spirito vichingo, la fiera indipendenza di questa nazione scandinava, una diffusa antipatia per tutto ciò che sembra burocratico ed eccessivamente complicato.
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L’ascesa dei populisti
Ma c’è anche una spiegazione politica: l’ascesa, anche in Norvegia, dei populisti. Le recenti elezioni parlamentari sembravano l’abituale testa a testa fra centro-sinistra (i laburisti) e centro-destra (i conservatori). L’ha spuntata il centro-sinistra, rimanendo così al potere. Ma i conservatori sono sorprendentemente finiti al terzo posto, dietro il Progress Party, una formazione politica smaccatamente di destra, che ha raddoppiato i propri seggi, conquistandone 47, un pugno di meno dei 53 vinti dal Labour. E il “Partito del Progresso”, a dispetto del nome, vorrebbe riportare la Norvegia indietro, anziché avanti, staccandosi per quanto è possibile dal resto d’Europa, pur senza arrivare a chiedere l’uscita dal mercato comune europeo.
Il timore dei due partiti storici norvegesi, insomma, è che indire un referendum farebbe crescere ulteriormente i consensi per i populisti e non è sicuro quale sarebbe il risultato: perciò preferiscono aspettare ancora un po’ e vedere gli sviluppi degli eventi.
Gli economisti locali non hanno dubbi
Ciononostante, gli economisti locali non hanno dubbi su quale sia l’interesse di Oslo. «Il prezzo di rimanere fuori dalla Ue cresce di giorno in giorno per il nostro Paese», dice la conservatrice Soreide. «Le ragioni sono molteplici, dalla guerra dei dazi alla Brexit, dalla guerra in Ucraina alla pandemia del Covid fino alla crisi dei migranti, questioni che cambiano fondamentalmente il modo in cui Bruxelles opera e in cui si relaziona con Paesi terzi».
La stampa ha criticato il governo per avere ottenuto un accordo dei dazi con l’America peggiore di quello ottenuto dalla Ue, nonostante l’incontro amichevole fra il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store e Trump lo scorso aprile alla Casa Bianca. Dopo le sanzioni alla Russia per l’invasione dell’Ucraina, la Norvegia è diventata per l’Europa il maggiore fornitore di gas, ma ci sono tensioni anche sotto questo aspetto, sia per il pacchetto di misure di Bruxelles a favore delle energie sostenibili, sia per l’aumento del prezzo del gas che ne è risultato per i norvegesi: «Siamo un Paese del Nord, con un lungo inverno, e abbiamo bisogno del riscaldamento a buon mercato», si lamentano i populisti del Progress Party.
Un Paese “troppo ricco”
Di fronte a ogni problema, certo, la soluzione è il fondo sovrano norvegese, il più ricco fondo sovrano del mondo: 1,8 trilioni di dollari. Ma pure in questo ambito si avverte un malessere: un libro intitolato Un Paese troppo ricco, diventato un best-seller a Oslo, sostiene che affidarsi alle risorse del polmone finanziato dal petrolio ha fatto sì che la Norvegia abbia perso inventiva, capacità di innovazione, con tasse più alte e servizi pubblici peggiori del resto della Scandinavia, ovvero di Finlandia, Svezia e Danimarca.
Diventare il ventottesimo Paese membro dell’Unione Europea potrebbe essere la risposta a tutto questo. I discendenti dei grandi navigatori e guerrieri vichinghi non sembrano ancora pronti per farlo. Ma cominciano a parlarne. Per questo Paese con appena 5 milioni e mezzo di abitanti potrebbe diventare difficile sopravvivere a Donald Trump restando fuori dalla Ue.