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I dilemmi dell’Unione europea su Israele

(ansa)

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Il cambio di linea chiesto dalla Commissione ha dei costi. La Difesa e la collaborazione tecnologica sono i campi nei quali Bruxelles può agire. Le scelte definiranno il futuro dell’Ue
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* Ricercatore dell’Institute for European Policymaking della Bocconi

Il 10 settembre, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato per la prima volta la proposta di Bruxelles di un pacchetto di misure contro Israele “per tracciare una via da seguire”. Il piano includerebbe il congelamento del sostegno bilaterale, la sospensione dei pagamenti, sanzioni contro ministri estremisti e coloni violenti.

Il giorno dopo il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri dell’UE a “considerare il riconoscimento dello Stato di Palestina, in vista della realizzazione della soluzione dei due Stati”.

La Commissione ha quindi presentato la proposta al Consiglio, basata su una revisione del rispetto da …

* Ricercatore dell’Institute for European Policymaking della Bocconi

Il 10 settembre, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato per la prima volta la proposta di Bruxelles di un pacchetto di misure contro Israele “per tracciare una via da seguire”. Il piano includerebbe il congelamento del sostegno bilaterale, la sospensione dei pagamenti, sanzioni contro ministri estremisti e coloni violenti.

Il giorno dopo il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri dell’UE a “considerare il riconoscimento dello Stato di Palestina, in vista della realizzazione della soluzione dei due Stati”.

La Commissione ha quindi presentato la proposta al Consiglio, basata su una revisione del rispetto da parte di Israele dell’articolo 2 dell’Accordo, dalla quale è emerso che le azioni del governo israeliano costituiscono una violazione degli elementi essenziali relativi al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. Ciò darebbe all’Ue il diritto di sospendere unilateralmente l’Accordo.

Per sospendere le disposizioni sul commercio, il Consiglio deve adottare la decisione a maggioranza qualificata; per attuare sanzioni contro Hamas, ministri estremisti del governo israeliano e coloni violenti, è invece necessaria l’unanimità.

L’UE è stata a lungo prudente nel suo atteggiamento verso Israele, per effetto di partenariati strategici e di divisioni interne.

L’Accordo di associazione Ue-Israele garantisce a Israele un accesso preferenziale al mercato unico mentre l’Ue beneficia della base tecnologica e di ricerca avanzata israeliana.

Nel 2024, il commercio di beni tra Ue e Israele ha raggiunto i 42,6 miliardi di euro, con l’Ue come principale partner commerciale di Israele, pari a circa un terzo del suo commercio totale. Le relazioni coprono anche intelligence e antiterrorismo.

Per molti Stati membri, sostenere la sicurezza di Israele è visto come una responsabilità sia strategica che morale.

Questo contesto ha spinto la Commissione a sottolineare l’importanza dell’accesso umanitario e del rispetto del diritto internazionale, evitando però critiche esplicite. Le divisioni interne hanno rafforzato questa cautela: mentre Paesi come Irlanda, Spagna e Belgio spingevano per posizioni più dure, altri resistevano, lasciando Bruxelles ad adottare un linguaggio di consenso che preservava l’unità ma attenuava le critiche.

Tagliare Israele fuori dagli acquisti militari

In una recente lettera aperta, 209 ex ambasciatori e alti funzionari dell’UE e degli Stati membri hanno sollecitato misure più severe.

Una proposta riguarda restrizioni commerciali: escludere le imprese della difesa israeliane dal beneficiare del programma Security Action for Europe (SAFE), con finanziamenti per 150 miliardi di euro, e sospendere o terminare l’Accordo di associazione, che contiene una clausola sui diritti umani in base alla quale il rispetto dei principi democratici è un “elemento essenziale” del partenariato.

C’è poi l’idea di tagliare i fondi europei alla ricerca destinati a enti israeliani coinvolti in violazioni. La misura avrebbe un peso rilevante: tra il 1987 e il 2024 la Commissione ha erogato circa 4 miliardi di euro in sovvenzioni per ricerca e sviluppo a entità israeliane e aziende europee coinvolti nel conflitto.

I costi del decoupling tecnologico

I costi di una linea più dura sono significativi. L’Ue rischierebbe di limitare l’accesso ai progressi israeliani in settori di frontiera come intelligenza artificiale e aerospazio, entrambi cruciali per il tentativo europeo di superare la sua “trappola del medio-tecnologico”.

Le perdite di efficienza dovute al decoupling dall’ecosistema innovativo israeliano potrebbero essere almeno in parte compensate da riforme a bilancio invariato che riallochino i fondi per ricerca e innovazione verso i programmi più efficaci — in particolare quelli a sostegno di piccole e medie imprese indipendenti — dove l’impatto del sostegno Ue è maggiore ma i bilanci attuali sono limitati.

Il rischio di ritorsioni Usa

L’Ue rischierebbe anche ritorsioni politiche ed economiche da parte degli Stati Uniti, il più stretto alleato di Israele. Nonostante l’annuncio di un accordo commerciale con l’UE, il presidente Donald Trump potrebbe comunque imporre nuovi dazi.

Allo stesso tempo, i costi di una posizione più ferma sarebbero compensati dalla capacità di rispondere all’opinione pubblica, rafforzare la credibilità dell’Ue come difensore delle norme umanitarie e posizionare l’Europa come mediatore equilibrato nel Sud Globale e nel mondo arabo, dove la sua influenza è diminuita. Ciò potrebbe anche ampliare la leva diplomatica, favorire la fiducia tra le potenze emergenti e rafforzare la pretesa di autonomia strategica dell’Ue.

Mantenere stretti legami con Israele assicura all’Ue benefici economici e accesso a tecnologie avanzate, ma rischia di alienare i cittadini e di minare la sua credibilità come attore internazionale con saldi principi.

In definitiva, le decisioni del Consiglio riveleranno quale tipo di Europa intende proiettare: un attore pragmatico vincolato da alleanze e legami economici, oppure uno pronto a difendere i propri valori anche a costo di sacrifici significativi.

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