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James Robinson: “Da Trump attacco alle istituzioni: così dirà addio alla crescita”

Il premio Nobel James Robinson

 

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Il premio Nobel 2024 per l’Economia: “La prosperità degli Usa si fonda sulla capacità di attrazione dei talenti della società. Ma il paese si sta auto-emarginando”
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I giudici, le università, la banca centrale, l’informazione: presto o tardi l’attacco frontale di Donald Trump alle maggiori istituzioni del Paese presenterà il conto all’economia americana. Ne è convinto James A. Robinson, premio Nobel per l’Economia nel 2024, a Milano per una lecture organizzata dal centro Dondena della Bocconi, che proprio al ruolo cruciale delle istituzioni nella prosperità degli Stati ha dedicato alcuni dei suoi studi principali.

Professore, questo scontro aperto della Casa Bianca finirà per penalizzare l’economia americana?

«Credo di sì. Le mie ricerche dicono di sì: la prosperità degli Stati Uniti si fonda sulle istituzioni politiche, giuridiche ed economiche. Oggi vediamo che sono messe in discussione. Questo si rifletterà certamente in una performance economica negativa. Se guardiamo le università qui le conseguenze sono evidenti».

In che modo?

«Il grande vantaggio delle istituzioni americane negli ultimi 200 anni è stata la capacità di attrarre talenti dal r…

I giudici, le università, la banca centrale, l’informazione: presto o tardi l’attacco frontale di Donald Trump alle maggiori istituzioni del Paese presenterà il conto all’economia americana. Ne è convinto James A. Robinson, premio Nobel per l’Economia nel 2024, a Milano per una lecture organizzata dal centro Dondena della Bocconi, che proprio al ruolo cruciale delle istituzioni nella prosperità degli Stati ha dedicato alcuni dei suoi studi principali.

Professore, questo scontro aperto della Casa Bianca finirà per penalizzare l’economia americana?

«Credo di sì. Le mie ricerche dicono di sì: la prosperità degli Stati Uniti si fonda sulle istituzioni politiche, giuridiche ed economiche. Oggi vediamo che sono messe in discussione. Questo si rifletterà certamente in una performance economica negativa. Se guardiamo le università qui le conseguenze sono evidenti».

In che modo?

«Il grande vantaggio delle istituzioni americane negli ultimi 200 anni è stata la capacità di attrarre talenti dal resto del mondo. Questo processo ora si sta invertendo: non c’è più un sostegno politico in questa direzione, con il tempo vedremo gli effetti. Ad esempio, dove andranno tutti questi talenti? In Cina sicuramente no. Potrebbero dirigersi verso l’Europa, ma anche lì ci sono politiche ostili all’immigrazione».

Proprio nei giorni scorsi Trump ha reso ancora più onerosi i visti H-1B per i lavoratori stranieri. Pensa quindi che questa misura avrà un impatto pesante?

«L’H-1B è il principale permesso di lavoro, io stesso avevo un H-1B prima di diventare cittadino. È il visto principale usato da docenti stranieri quando trovano lavoro in una università Usa, ma i maggiori utilizzatori sono le grandi big tech. Certamente questa misura avrà un impatto negativo perché migliaia di lavoratori qualificati non potranno più andare negli Stati Uniti. È un grande ostacolo per il mondo accademico: per un’università significa spendere 100.000 dollari in più a persona. Sicuramente scoraggerà i talenti dal venire negli Usa».

L’effetto dazi sull’economia Usa invece non sembra vedersi ancora in maniera netta. Perché?

«Una contrazione dell’economia c’è ma penso sia compensata da altri fattori. Penso ad esempio al boom negli investimenti sull’intelligenza artificiale, parliamo di centinaia di miliardi di dollari: stanno costruendo data center ovunque, si tratta di enormi investimenti. Quindi penso che ci siano altri fattori in gioco che mascherano gli effetti negativi».

Arriverà il momento in cui i dazi si faranno sentire sull’economia americana?

«Penso che quando diventerà evidente che i dazi sono troppo costosi, Trump smetterà semplicemente di usarli. Non credo che sia ideologicamente legato alle tariffe: gli piacciono perché gli danno discrezionalità come strumento politico. Ma se dovessero diventare troppo onerosi, potrà sempre dire “ho vinto, ho raggiunto gli obiettivi” e passare ad altro».

Ha menzionato l’Europa. Nella trattativa sui dazi l’impressione è che si sia mostrata arrendevole nei confronti degli Stati Uniti. È d’accordo?

«No, non parlerei di resa. È realpolitik: cerchi di gestire la situazione al meglio. L’Europa è debole: stagnazione economica negli ultimi 25 anni, divergenza dagli Usa, arretratezza tecnologica nell’AI. I veri problemi per la Ue sono interni. Il rapporto Draghi lo spiega bene: servono tra le altre cose un migliore accesso al credito e la riduzione dei costi energetici, troppo alti rispetto ai concorrenti. L’Europa si è cacciata da sola in questo pasticcio. Ma non sta facendo un pessimo lavoro».

La nuova politica commerciale Usa però sembra chiudere l’era della globalizzazione. È davvero così?

«Penso di sì. Almeno per gli Stati Uniti, che si stanno ritirando. La domanda è se il resto del mondo può ricostruire un sistema senza gli Usa. Forse sì: pensiamo all’Africa, che avrà il 40% della popolazione mondiale nel 2100. La Nigeria supererà gli Stati Uniti in popolazione tra 20 anni. Se l’Africa segue il percorso dell’Asia orientale diventerà il nuovo motore della globalizzazione. Potrebbe nascere una nuova ondata di globalizzazione senza gli Stati Uniti, trainata da Cina, India, Brasile, Europa».

Quindi gli Stati Uniti non saranno più l’attore principale nell’economia mondiale.

«No, perché si stanno auto-emarginando».

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